È dal 2008 che Vincent Lambert, in seguito a un terribile incidente automobilistico, vive in uno stato di coma vegetativo. Nonostante la decisione del 2014 del Consiglio di Stato di interrompere le cure. Nonostante la sentenza del 2015 della Corte Europea dei Diritti dell’uomo che aveva rigettato il ricorso dei genitori. Nonostante le numerose battaglie portate avanti con coraggio e dedizione dalla moglie Rachel. “È da troppo tempo che Vincent aspetta”, aveva scritto in una commovente lettera al giornale Libération alcuni anni fa, firmandola con François, Marie-Geneviève, Marie, Frédéric e Dominique, alcuni dei fratelli e delle sorelle di Vincent. “Ora che la giustizia si è pronunciata, ci auguriamo che la sua volontà possa finalmente essere rispettata”. Di anni però, da allora, ne sono passati ancora tanti. I genitori di Vincent continuano a non accettare l’idea che possano essere sospese la nutrizione e l’idratazione artificiali, e pretendono che mettere fine all’accanimento terapeutico – perché è di questo che si sta parlando – equivalga ad assassinare il figlio. “I medici sono dei mostri”, hanno dichiarato domenica scorsa dopo aver ricevuto una lettera del dottor Sanchez, primario dell’ospedale di Reims, in cui si spiegava loro che in questi giorni sarebbe stata avviata la procedura per lo stop delle cure. “In Francia, nel 2019, nessuno dovrebbe morire di fame o di sete”, ha insistito la madre. Ma sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiali non significa affatto far morire di sete o di fame un essere umano, né tantomeno assassinarlo. Come spiega bene la legge Léonetti sul fine vita del 2005, rivista e corretta nel 2016, interrompere i trattamenti, per un paziente in fine vita, vuol dire solo astenersi dall’accanimento terapeutico; esattamente come somministrare una sedazione profonda a un paziente in fase terminale equivale a evitare la sofferenza di chi ha tutto il diritto di andarsene senza soffrire. Esiste d’altronde una differenza fondamentale tra l’“uccidere” e il “lasciar morire”: senza voler provocare la morte, il medico deve talvolta prendere atto della propria impotenza, ed evitare “l’ostinazione irragionevole”. Ecco perché le cure devono essere interrotte quando sono “inutili” o “sproporzionate”. Senza che questo violi i diritti umani, come precisa anche la sentenza della CEDU. Invece di proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, si cerca di rispettare l’esistenza individuale delle persone. Invece di opporre sistematicamente libertà e dignità, si cerca di valorizzare la dignità intrinseca alla libertà: una dignità che è invece calpestata quando ci si ostina a voler mantenere in vita coloro che, dalla vita, si sono già allontanati.
“Non c’è alcun sollievo, non c’è alcuna gioia da esprimere”, aveva risposto la moglie di Vincent a chi le aveva chiesto come si sentisse dopo che la CEDU si era pronunciata sul caso di suo marito, auspicandosi che Vincent potesse finalmente andarsene via. Da allora sono passati ancora quattro anni. Speriamo che adesso sia giunto il momento, per Vincent Lambert, di riposare in pace. Nonostante l’accanimento di un padre e di una madre che, senz’altro per amore, non riescono ad accettare il fatto che il figlio, ormai da più di dieci anni, sia tenuto in vita artificialmente.