«Se l’amore, come dici, non ha né sesso né genere, che fine fa la naturale fecondità dell’incontro tra un uomo e una donna?», Luisa me lo sbatte in faccia. Così. Come un’evidenza. Mentre penso che non ha senso, non vuol dire nulla, è assurdo. Di quale fecondità mi sta parlando? Della fecondità biologica o della fecondità simbolica? Della fecondità procreativa o della fecondità della condivisione e della fiducia? E se una coppia non ha figli? E se due donne o due uomini invece li hanno?
«Sei tu che non vuoi capire e che neghi la realtà del corpo!», mi incalza allora Luisa piuttosto piccata. Facendo finta di dimenticare che sono anni che ripeto che il corpo «c’è, c’è e c’è», come scriveva la poetessa polacca Wislawa Szymborska, e che è proprio grazie al corpo che mi sono resa conto di quanto, per tanti anni, mi ero persa di vista. L’anoressia di cui ho sofferto per tanto tempo era stato proprio questo: un corpo-sintomo che si era imposto alla follia di una volontà che girava a vuoto nel tentativo disperato di conformarsi alle aspettative altrui. Ma questa è un’altra storia, anche se dietro l’anoressia c’è sempre e solo una ricerca di amore. Torniamo quindi al corpo. Come si permette Luisa di dire che lo nego? Perché lo negherei dicendo che l’amore non ha né sesso né genere? Perché lo negherei quando rimetto in discussione il fatto che l’incontro tra due persone sia fecondo solo nel caso in cui si tratti di un incontro tra un uomo e una donna? «Vedi che sei tu che non vuoi proprio capire? È una questione dicavità e protuberanze. Una questione di complementarietà». «Cavità? Protuberanze? Complementarietà?», le chiedo allora alterata. «Scusa ma di che cosa stiamo parlando? Che c’entra questo con l’amore?». Respiro forte e stringo i denti per non sbottare. Anche se i miei sforzi sono vani, perché è Luisa, a quel punto, che si alza e se ne va. Con me non si può discutere, dice. Sono troppo ideologica, dice. Ma chi è veramente ideologica? Io che cerco di spiegare che è l’incontro, ogni incontro, che può essere fecondo, oppure lei che riduce la fecondità alla biologia e alla genetica? Perché poi, in fondo, la questione è proprio questa. La fecondità. Che è sempre fatta di apertura e di dono, di generosità e di desiderio. Come quando si ama, e si donano pazienza e accettazione, riconoscimento e fiducia. Tutto ciò che permette a ognuno di noi di essere se stesso, senza sforzarsi di essere altro, senza corrispondere a determinati stereotipi, senza conformarsi in maniera sterile alle aspettative altrui. Partendo soprattutto dalla consapevolezza che l’altro non potrà mai riempire i vuoti e le assenze che ci portiamo dentro. La finalità dell’amore non è né la «pienezza» né la «complementarietà». A meno che non ci si illuda che l’altra persona sia lì solo per colmarci, come un semplice oggetto di cui si ha bisogno.Quando si ama si è sempre fecondi. C’è la fecondità del prendersi cura reciproco e della condivisione delle tante piccole cose della vita. C’è la fecondità dell’apertura all’alterità altrui, anche quando quest’alterità ci costringe a rimettere tutto in discussione. C’è la fecondità della parola, che genera dubbi e rinomina le cose. C’è la fecondità dell’ascolto, che obbliga ad aprire in sé spazi di accoglienza. E allora poco importa il sesso o il genere di chi si ama, appunto! Basta che l’amore ci renda fecondi di altro amore. Amare e basta. Punto.