C’è chi dice che l’amore di uno solo possa bastare per entrambi. C’è chi dice che tanto, in una coppia, c’è sempre un’asimmetria che fa sì che l’amore non possa mai essere ripartito in maniera uguale. C’è chi dice che è sempre così, che è la vita, e che non si può fare altro che accettarne le regole. Ma non è vero che la vita sia sempre così. Anzi. Esattamente come non è vero che l’amore si nutra solo di asimmetricità, e quindi di sacrificio. Quando si ama, si dona e si riceve. Quando si ama, si domanda e si risponde. In un va-e-vieni costante che, anche quando a donare e a ricevere sembra uno solo, in realtà è impastato di reciprocità. Cosa sarebbe d’altronde un dono se non ci fosse sempre, intrinseca, la speranza che l’altro accetti il nostro dono e ci restituisca indietro qualcosa?

Certo, il dono non è un semplice scambio di natura economica cui corrisponderebbe sempre un contro-dono, come ci ha spiegato l’antropologo francese Marcel Mauss analizzando la natura delle donazioni in quelle società in cui il dono sarebbe alla base del vivere-insieme. Per Mauss, il dono non esisterebbe senza l’esistenza di un triplice obbligo: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere e l’obbligo di restituire. Il che significherebbe, però, ridurre il dono a una forma di commercio, svuotandolo di ogni forma di gratuità. Al punto che il filosofo francese Jacques Derrida, criticando Mauss, non esita a smontare del tutto questa concezione della donazione. Fino ad arrivare al paradosso di annullare la possibilità stessa del dono: «Il dono è impossibile», scrive Derrida; anzi, è «la figura stessa dell’impossibile».

Ma perché passare da un estremo all’altro? Perché non concepire il dono come un atto che resta gratuito anche quando esiste la speranza che l’altro accetti il nostro dono e, al momento buono, sia lui a donarci qualcosa?

In fondo, l’amore funziona proprio così: nessuno può amare se non accetta il rischio di donare senza ricevere nulla indietro; al tempo stesso, però, se non si fa altro che donare senza mai ricevere, dopo un po’ è l’amore stesso che se ne va via. Essiccato da un “prendere senza dare” che distrugge la condivisione. Mentre è condividendo che si ama. È condividendo che si cresce. È condividendo che ci si aggiusta lentamente alla presenza altrui, esattamente come l’altro si aggiusta lentamente alla nostra presenza.

La condivisione sembra la sorellina povera della passione.Quella incapace di eroismo. Quella un po’ triste e monotona. Quella di cui non si vorrebbe mai sentir parlare. Eppure come si potrebbe amare senza condividere la sera, quando torni a casa e sei talmente stanca che non hai nemmeno più la forza di parlare?

La condivisione non fa sognare nessuno. Ma ti fa vivere. Quando sai che qualunque cosa accada, lui ti è accanto. A modo suo, certo. Che non è mai come vorresti tu. Perché non sente quello che senti tu. Perché non è uno specchio in cui contemplare il tuo riflesso. Ma c’è. C’è e, in fondo, è l’unico ad amarti come sei. Anche se non puoi evitare di deluderlo per cancellare tutte le aspettative che potrebbe avere, prima di far di tutto per riscattarti sperando che l’amore sia rimasto intatto, come per farti perdonare di una colpa che forse non esiste.