Lo pensano in tanti, ma non è vero. Non è vero che ogni madre ama subito, immediatamente, istintivamente e che quest’amore è normale, naturale, ovvio, radicale, assoluto. Esattamente come non è vero che esiste un «istinto materno»che è sempre lì, a disposizione di ogni donna, e che basta seguire il mondo come va per rendersene conto.

Che pensare altrimenti di tutte quelle madri che si ritrovano con un figlio che non volevano e che, al momento della nascita, decidono di abbandonarlo? E di tutte quelle che invece li desiderano mai poi, di fronte alle prime difficoltà, si scoraggiano e non ne vogliono più sapere? E di quelle che li desiderano, li coccolano, li crescono e poi, quando si rendono conto che quest’amore non torna indietro, rinfacciano loro di essere ingrati? «Dopo tutto quello che ho fatto per te, non ti vergogni?». «Dopo tutti i sacrifici, non ti senti in colpa?».

Anche l’amore materno è complesso. Come qualunque altro. E sarebbe assurdo immaginare che vada da sé, semplicemente e banalmente come quando si ha sete e ci si disseta con un bicchier d’acqua. Anche l’amore materno si impara pian piano, e ha bisogno di fare i conti con l’alterità e con le differenze. Anche l’amore materno balbetta, si incaglia, talvolta si contraddice.

Nessun bambino e nessuna bambina, d’altronde, sono esattamente come le madri avrebbero voluto che fossero. Nessun bambino e nessuna bambina coincidono del tutto con l’immagine idealizzata e perfetta che una madre può essersene fatta durante i mesi che ne hanno preceduto la nascita. E poi, talvolta, è ancora più complicato.
Come quando la creaturina non la smette mai di piangere. Oppure non dorme mai. Oppure dorme, ma non ne vuol sapere di mangiare… «Ero sfinita», mi racconta Claudia. «I primi mesi non capivo i suoi bisogni, non capivo i suoi vagiti, non capivo nulla». E allora non era proprio amore quello che aveva provato Claudia. Cioè, sì. Ovviamente amava suo figlio. Ma lo odiava anche. E di fronte a questa ambivalenza dei sentimenti, si sentiva terribilmente in colpa. A chi avrebbe mai potuto confessare quello che provava senza essere immediatamente considerata un mostro? Con chi condividere quella sofferenza immensa che si portava dentro?

Certo anche Claudia, come tante altre mamme, ha poi imparato pian piano l’accudimento. Un giorno il bimbo le ha detto per la prima volta «mamma»; un altro giorno le ha detto «ti voglio bene»; un altro giorno ancora è venuto ad accoccolarsi nelle sue braccia. Progressivamente, l’accettazione e il riconoscimento sono stati reciproci. E quindi anche l’amore che, come dico spesso, è impastato proprio di accettazione e di  riconoscimento. Ma questo è stato possibile anche perché Claudia si è fatta aiutare. E cominciando un percorso di analisi, ha messo una parola sul proprio disagio e le proprie fragilità.

Non si ama per forza. Non si ama per dovere. Non si ama per istinto. Si ama sempre e solo a partire da sé e dalla propria storia, da quel segreto che ci si porta dentro e che talvolta è difficile da nominare. Perché allora non smetterla di «normalizzare» l’amore e di «giudicarlo»? Non sarebbe più opportuno lasciare ogni mamma trovare all’interno di se stessa il modo di sentirsi degna, prima ancora che di essere madre, di essere amata?