Nuova puntata di «Tutto ciò che so sull’amore», la rubrica della scrittrice e filosofa Michela Marzano

Pare che la regione Lombardia abbia aperto un call center per sostenere tutte quelle famiglie che dicono di no al gender. Pare che questo call center sarà attivo a partire dal prossimo anno scolastico, con un numero verde che si potrà chiamare ogniqualvolta ci si preoccupi dell’avvenire sentimentale dei propri figli, segnalando l’intrusione delle scuole nell’educazione affettiva. «Vogliamo fermare il lavaggio di cervello che viene fatta ai nostri figli», spiega l’assessore regionale alla Cultura. «Diciamo di no a questo indottrinamento su temi come l’educazione sessuale che invece vanno trattati in famiglia», continua l’assessore lombardo. Ti pare che ora si dovrebbe insegnare che l’omosessualità è come l’eterosessualità e che si può amare chi si vuole? Ti pare che i bambini possono essere manipolati da chi pretende che una famiglia fatta di due papà o due mamme sia normale?

Nel momento in cui l’Italia è sotto shock per l’orribile omicidio di Sara, che è poi solo l’ultimo episodio di una serie interminabile di violenze perpetrate non solo contro le donne, ma anche contro le persone omosessuali e trans, e ci si interroga un po’ tutti sulla capacità dei più giovani a provare compassione e a non restare indifferenti, c’è ancora chi sembra non capire il ruolo fondamentale dell’educazione affettiva – che poi non vuol dire entrare nella sfera privata e sessuale dei ragazzi, ma semplicemente educarli alla complessità delle relazioni umane e dell’amore. C’è ancora chi osa parlare di delitti passionali suggerendo che, l’assassinio efferato di una ragazza di 22 anni, possa essere legato all’amore. Ma di che amore stiamo parlando? Come si può anche solo accostare la parola amore all’assassinio? Ogniqualvolta c’è violenza, di amore non ce n’è affatto. Esattamente come non c’è amore senza la capacità di accettare l’altro per quello che è, indipendentemente dal genere o dall’orientamento sessuale.

Siamo un paese decisamente ipocrita. Da un lato, si invoca la necessità di lottare contro ogni forma di bullismo e di discriminazione, e ci si commuove quando si legge di quella ragazza massacrata da un ex o di quel ragazzo che si suicida dopo aver subito angherie e insulti a causa del proprio orientamento sessuale. Dall’altro, quando si tratta di prevenire questo tipo di atrocità, e di farlo con l’unico mezzo a nostra disposizione ossia l’educazione al rispetto e alla comprensione della grammatica delle relazioni affettive, c’è chi si ribella perché, di certe cose, a scuola non si dovrebbe parlare. E allora dove se ne parla? Chi dovrebbe farlo? Chi, soprattutto, ne è veramente capace?

Perché poi è sempre così che succede: c’è chi insiste che devono essere sempre e solo i genitori ad affrontare certi temi, ma poi, da genitori, questi temi tante volte non li si sa (o non li vuole) affrontare. Come in tutte quelle famiglie in cui il tema dell’omosessualità è tabù – perché certe cose non si devono nemmeno pensare in certe famiglie; certe cose non sono normali; certe cose non si fanno, punto e basta. In questi casi, chi insegna ai più piccoli che l’orientamento sessuale o l’identità di genere sono solo una delle tante differenze che caratterizzano l’essere umano? Per non parlare poi degli stereotipi– quelli secondo cui essere bambina significherebbe sempre e solo essere gentile, docile, silenziosa, paziente mentre essere bambino significherebbe essere esuberante, arrogante, prepotente e violento – che, se non vengono decostruiti in tempo, possono essere all’origine di quei rapporti malati che portano alcuni ragazzi a immaginare che le ragazze siano solo delle cose a loro completa disposizione.

Anche l’amore lo si deve insegnare, allora. Nominandone e spiegandone i limiti e le incertezze, le fragilità e i compromessi. Visto che nessuno, quando ama, può pretendere che l’altro gli appartenga. Esattamente come nessuno, quando è amato, può diventare un semplice oggetto che l’altro manipola, utilizza, e eventualmente distrugge.


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