Vi ricordate quel film dei fratelli Coen, Prima ti sposo, poi ti rovino? Sì, proprio quello con Georges Clooney e Catherine Zeta-Jones. Quello in cui Miles, brillante avvocato specializzato in cause di divorzio, dopo aver vinto una causa contro Marilyn, si innamora di questa donna bellissima e spregiudicata che passa il tempo a cercare di spennare i suoi futuri (ex) mariti. Ebbene, tutta la storia ruota intorno ai cosiddetti «contratti matrimoniali» che, soprattutto negli Stati Uniti, vengono stipulati dai futuri coniugi per cercare di uscire da una separazione o da un divorzio, se non vincitori, almeno indenni. Certo, come ogni commedia americana che si rispetti, anche in Prima ti sposo, poi ti rovino tutto si rimette a posto tra Miles e Marilyn. E, come in ogni fiaba, vivono anche loro felici e contenti. Cosa succede però nella «vera vita»? Al di là delle fiabe, che cosa resta dell’amore quando tutto si riduce a un semplice contratto? Ha senso pensare alla fine dell’idillio ancora prima di sposarsi? Perché immaginare subito che, prima o poi, finirà tutto, e che è quindi opportuno e salutare  premunirsi, firmare un accordo, non farsi fregare?
«I patti chiari fanno i matrimoni più felici», ha dichiarato recentemente una parlamentare spiegando le ragioni per le quali ha deciso di presentare una proposta di legge che introduca anche in Italia la possibilità di stilare contratti prematrimoniali. In caso di divorzio, infatti, meglio sapere per tempo, e in ogni caso prima della fine, che cosa potrà mai accadere. Pace, allora, se il romanticismo vada così a farsi benedire. Anche perché, in questo modo, ci si potrebbe avvicinare più tranquillamente al matrimonio ed essere veramente più sereni e contenti. Ma che c’entra la felicità con tutto questo contrattare e premunirsi? Cosa resta della fiducia reciproca, che è la base stessa dell’amore, quando persino l’amore viene contrattualizzato?

Quando i rapporti giuridici prevalgono su ogni altra forma di relazione, il posto della fiducia si riduce ai minimi termini. Si valuta «ciò che si deve» e «ciò che ci è dovuto». Ognuno è portato a «fare i conti» non solo con se stesso, ma anche e soprattutto con gli altri. E, dopo un po’, si scivola all’interno di una logica perfettamente simmetrica; una logica in cui i conti, apparentemente, tornano sempre. Ma la fiducia, e quindi l’amore, non si basa proprio sull’asimmetricità delle relazioni? E poi che senso ha voler fare a tutti i costi i conti con l’amore? Quando ci si fida e ci si affida, non c’è mai la certezza che l’altra persona sarà capace di mostrarsi all’altezza delle proprie aspettative. Ecco perché è sempre all’interno di una relazione di amore e di fiducia che ci si scopre vulnerabili e dipendenti. E che la fiducia ci obbliga a un «salto nell’ignoto». Un po’ come quando si fa una scommessa e si rischia di perdere. La scommessa dell’amore, però, non è mai dell’ordine del «lascia o raddoppia». È questo che non riescono a capire i fanatici del contrattualismo: quando si scommette in amore, c’è sempre qualcosa che ci «resta». L’aver tentato e l’aver sperato. L’essersi lasciati andare e l’essersi affidati. E quindi aver avuto il coraggio, almeno una volta nella vita, di credere che l’amore valga molto di più di tutta la ricchezza del mondo. Non è anche questa una vittoria?