Che cosa possiamo fare di tutto quell’amore che portiamo in noi quando la persona amata non lo vuole? Dove metterlo? Possiamo permetterci di buttarlo via? Apro la mail e trovo una serie di domande. Niente «ciao». Niente firma. Niente. Solo tante domande. Cui così, presa all’improvviso, non so bene che rispondere. Avrei voglia di chiedere al mio interlocutore o alla mia interlocutrice di quale amore mi sta parlando.

Vorrei sapere quanti anni ha e come si chiama. Vorrei capire. E allora, dopo averci pensato su qualche istante, rispondo un semplice «chi sei?» in attesa di ottenere qualche informazione supplementare. Oppure anche niente. Anzi, mentre rispondo penso che molto probabilmente non riceverò alcuna risposta e potrò lasciar cadere il discorso senza farmi troppi problemi.

La mail di risposta, invece, arriva quasi subito. Chi mi scrive è una madre. Una donna di 45 anni che adora suo figlio. Ma il figlio, ormai maggiorenne, se ne è andato via di casa e non sembra aver più molta voglia di sentirsi addosso il peso della mamma. «Ho la sensazione che ogni volta che provo a farmi viva e fargli sentire l’amore che mi porto dentro, mi rispedisca tutto indietro. Tutto torna al mittente. Parole, attenzioni, richieste, doni. Non capisco proprio. Da bambino era così affettuoso. Non capisco. Eravamo così legati».

Leggo e rileggo la mail. E mi sento invasa da un sentimento duplice e contraddittorio. Da un lato, questa mamma mi intenerisce. Deve essere terribile, per una madre, questo sentimento di abbandono e di solitudine. Dopo anni di idillio e di complicità, di «amore della mamma» e di «mamma ti voglio bene», deve essere difficile fare i conti con questo vuoto che si apre all’improvviso e che sembra incolmabile. Dall’altro lato, leggo tra righe quasi un’incomprensione profonda per questo figlio che, ormai grande, ha senz’altro bisogno di spazi di libertà e di autonomia e, forse, cerca solo di prendere le distanza da una madre un po’ troppo invadente. Il famoso «dopo tutto quello che ho fatto per te» che, prima o poi, ci siamo sentiti tutti ripetere. Come se avessimo domandato noi di nascere. Come se fosse implicito che, una volta grandi, dovessimo restituire qualcosa.

Ma l’amore non è per definizione ciò che non chiede niente in cambio e che dona senza aspettative e senza pretese? E poi, ancor più quando si parla dell’amore materno, non è quel sentimento oceanico che ama incondizionatamente, ama e basta, ama semplicemente per quello che si è? Passo qualche minuto persa tra i miei pensieri. Cercando di non appiccicare per forza addosso a questa donna una maschera di «madre-coccodrillo».
In fondo, che ne so io del suo rapporto con il figlio? Perché dovrebbe essere stata fagocitante e invadente? Perché sarebbe giusto che il figlio, ora, prenda a tal punto le sue distanze da rigettarne persino l’amore? Poi, proprio perché non ne so niente, decido di scriverle tutti i pensieri contraddittori che mi sono venuti in mente. Così. Semplicemente. Uno dopo l’atro. E dopo averle detto che mi intenerisce, le scrivo che forse il figlio si sentiva soffocare. Dopo averle detto che l’amore è il contrario stesso del «do ut des», le scrivo che comunque è normale, quando si ama, attendere almeno che l’altra persona accetti il dono del nostro amore. Fino a salutarla, mandandole una carezza, proprio come farei con la mia mamma.

«Carezza ricevuta», mi risponde. «Esattamente come tutto il resto. Forse è arrivato il momento che, anch’io, accetti di mettermi da parte. Difficile, però, quando si è madri e basta».