Ognuno di noi, per “essere”, ha bisogno di essere riconosciuto e amato. Essere “questo” e non “altro” negli occhi di chi ci ha desiderato e messo al mondo. Essere accolto. Essere se stesso. Anche solo per non smarrirsi in un “farsi” e “disfarsi” continuo che spesso ci impedisce di vivere pienamente. Che poi è un po’ quello che diceva il celebre psicanalista Jacques Lacan quando scriveva: “L’io non si presenta e non si sostiene se non a partire dallo sguardo del grande Altro”. Uno sguardo che accarezza e che rispetta. Uno sguardo che ci permette pian piano di imparare a “tenerci su da soli”. Va bene – starà a questo punto pensando qualcuno. Allora perché non fai altro che ripetere che ognuno di noi dovrebbe evitare di dare troppo peso allo sguardo altrui? Non c’è una contraddizione profonda tra il bisogno di essere sostenuti dallo sguardo dell’Altro e la necessità di non adeguarsi alle aspettative altrui? La contraddizione, però, è solo apparente. Un conto, infatti, è quello sguardo che ci accoglie quando siamo piccoli e, senza aver chiesto nulla, ci affacciamo al mondo bisognosi di tutto. Altro conto sono gli sguardi disattenti e fugaci che si posano su di noi quando siamo adulti, e di cui non abbiamo bisogno per essere certi del nostri valore. Un conto, per dirla con parole semplici, è lo sguardo amante di chi ci accetta per quello che siamo. Altro conto è lo sguardo severo e giudicantedi chi, pur parlandoci di amore, di fatto non ci riconosce. E quindi? Quindi, forse, è tutta una questione di misura e di giusta distanza. Capire che si ha bisogno degli altri e che si dipende sempre, almeno in parte, da loro – nessuno di noi “ha tutto” o “è tutto”; ognuno si porta dentro un vuoto incolmabile. Ma capire anche che questo vuoto non è un abisso e che, anche quando si “perde” lo sguardo altrui, non si perde mai se stessi. Se tutto dipendesse dagli altri, non resterebbe altro che lasciarsi andare al nulla. E accompagnare la caduta con la disperazione di chi non ha più alcuna risorsa. Ma non è questo, appunto, il senso dell’amore. Anche semplicemente perché non c’è amore se non si accetta la separazione. Dopo aver fatto la pace con l’incompletezza ed essere usciti dal vortice della fusione. E quindi? Quindi, forse, l’unica cosa da fare è accettare che l’amore e la nostalgia vadano sempre insieme. Anche semplicemente perché, nell’amore, c’è sempre l’eco di quello che si è perso da bambini. Quando si era troppo piccoli per difendersi da soli. E forse ci siamo rotti. Ma la vita è così: ci ferisce tutti, senza eccezione. E non c’è amore che tenga, perché nessun amore potrà mai ricucire gli strappi dell’esistenza. E quindi? Quindi, forse, sarebbe bene scoprire che il punto di partenza è la pace con se stessi. Per cominciare a convivere con il disordine dopo aver rinunciato alla pienezza e alla perfezione. È proprio qui l’inizio della gioia:essere “questo” e non “altro”. Prima che l’amore accada.