Dopo mesi e mesi di ostruzionismo, decine di migliaia di emendamenti, discussioni assurde e incomprensibili sul dovere di ogni medico di “dare da mangiare agli affamati” e da “bere agli assetatati”, la legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), ossia il testamento biologico, è finalmente in dirittura d’arrivo. Ormai nessuno potrà più ostinarsi a somministrare a un paziente “cure inutili o sproporzionate”, recita il testo della norma. Ormai “in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda e continua”, continua il testo. Ormai, non solo un paziente potrà rifiutare in tutto o in parte le cure che gli vengono proposte, incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali, ma ognuno di noi potrà anche esprimere anticipatamente le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari in previsione di una sua possibile e futura incapacità a comunicare. Il Parlamento sembra quindi avercela fatta a non cedere alle pressioni di chi – non si capisce se per ottusità o per totale mancanza di empatia e compassione – ha cercato in ogni modo di ostacolare il sacrosanto diritto di ognuno di potersene andare quando ormai non c’è più nulla da fare. Erano anni che il fronte del “no” invocava i concetti di “sacralità della vita” e di “dignità della persona”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri. Erano anni che l’ostinazione di alcuni parlamentari costruiva muri invalicabili tra la politica e la realtà, la complessità dell’esistenza e la logica semplicistica dei valori astratti, ignorando la differenza fondamentale che esiste tra il “far morire” e il “lasciar morire”, “l’eutanasia attiva” e “l’eutanasia passiva”, la sedazione profonda e l’omicidio, la dignità e l’intransigenza.
Molto bene, quindi. Anche perché l’Italia, da un punto di vista culturale, è pronta da tempo. Ha seguito con emozione le battaglie portate avanti con coraggio e tenacia per più di quindici anni da Peppe Englaro per “intravedere la possibilità di strappare Eluana a quell’inferno che lei non voleva”. Si è commossa davanti alla drammatica decisione di dj Fabo di recarsi in Svizzera per non essere più obbligato a restare in vita, anche se “essere immobilizzato in una notte senza fine”, come diceva appunto dj Fabo, non era più vita ma sofferenza, non era più speranza ma disperazione, non era più futuro ma nostalgia. Ha condiviso le riflessioni del Professor Mario Sabatelli quando il neurologo del Gemelli, citando papa Pio XII, ha spiegato che il compito di un medico è soprattutto quello di lenire le sofferenze, anche quando i farmaci possono accelerare la morte di un paziente – che poi altro non è che la “teoria del doppio effetto”, nota ai filosofi morali sin dall’epoca di san Tommaso. L’Italia era quindi pronta da tempo, e aspettava solo che il legislatore riluttante si decidesse una buona volta per tutte a dare forma giuridica certa e vincolante al diritto per ognuno di noi di morire con dignità e senza dolore, sedati e accompagnati fino alla fine.
Certo, una volta approvata definitivamente la legge, si dovrà fare lo sforzo di rendere la norma realmente operativa, spiegando a tutti i cittadini e a tutte le cittadine le modalità tecnico-amministrative con cui redigere le DAT e fare quindi in modo che le proprie convinzioni e la propria volontà siano realmente rispettate dal personale medico – è bene che si sappia, ad esempio, che le direttive anticipate possono essere custodite non solo dai medici, ma anche dai notai o dai comuni. Certo, esistono delle ambivalenze nella legge – frutto dei compromessi politici talvolta necessari all’approvazione di norme sui diritti – che danno ancora al medico un forte potere discrezionale. Certo, la legge non permette, come accade invece in molti altri paesi europei, di somministrare ai pazienti che lo chiedono quei farmaci che, al fine di lenire il dolore, possono avere come conseguenza secondaria quella di accelerare la morte. Ma si tratta, in fondo, di un primo e fondamentale passo in avanti sulla strada del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei pazienti. Un primo e fondamentale passo in avanti per il quale l’Italia era culturalmente pronta da molto tempo – ma l’Italia, di fatto, sarebbe anche pronta a leggi meno timide sul fine vita e su altre importantissime questioni etiche o problematiche legate ai diritti. Un primo e fondamentale passo in avanti che, finalmente, taglia le gambe al paternalismo retrogrado di quei medici che, per troppo tempo, si sono arrogati il diritto di mantenere in vita coloro che, dalla vita, si erano già allontanati tradendo così la propria vocazione. Prendersi cura di un paziente non significa d’altronde accompagnarlo fino alla fine, rispettandone la soggettività e seguendo i suoi desideri anche quando non li si condivide o si vorrebbe che fossero diversi?