“Credo nella giustizia divina, non ho sbagliato nulla, rifarei tutto quello che ho fatto, solo Dio sa quanto ha sofferto mia figlia”. È così che la madre di Eleonora ha commentato la sentenza che l’ha condannata a due anni, insieme al marito, per la morte della figlia. Eleonora si era ammalata di leucemia quando aveva 17 anni. Ma i genitori, seguaci dei metodi alternativi del ex-medico tedesco Ryke Geerd Hamer – radiato dall’albo professionale proprio per aver elaborato e utilizzato con i propri pazienti una terapia non scientifica da lui battezzata “nuova medicina germanica” – non avevano voluto che la figlia seguisse cicli di chemioterapia, e avevano preferito ascoltare i consigli del dottor Paolo Rossano. Nonostante anche lui fosse stato radiato dall’Ordine. Nonostante la terapia Hamer non avesse (e non abbia tuttora) alcun fondamento scientifico. Nonostante nel codice deontologico sia espressamente vietato ai medici di prescrivere terapie sulle quali non ci siano un’adeguata sperimentazione e una solida documentazione scientifica.
Certo, nessuno può permettersi di rimettere in discussione la buona fede di un genitore che, per il bene del proprio figlio, cerca disperatamente di trovare una soluzione alla sua sofferenza, anche convincendolo a ricorrere a metodi non scientifici. Nessuno può scagliare pietre contro il dolore di una madre che conosce senz’altro meglio di chiunque altro il dolore attraversato dalla propria bambina. Ma com’è possibile affidarsi a ciarlatani? Perché Eleonora ha preferito assecondare i propri genitori piuttosto che ascoltare i medici? Com’è che, oggi, c’è così poca fiducia nella scienza e nella medicina da lasciare che chiunque possa strumentalizzare la nostra speranza e farci commettere l’irreparabile?
In questi ultimi anni, il mercato della speranza ha fatto molti proseliti. Lo abbiamo visto con la terribile vicenda Stamina, con le truffe di Vannoni, con le proteste di tanti genitori che, impotenti di fronte alla sofferenza dei propri figli e all’ineluttabilità della morte, si sono illusi che la salvezza potesse provenire da questi trattamenti inefficaci e fasulli. Ma il problema è proprio questo: c’è chi ci crede. C’è chi critica la scienza e, accusando magari la medicina di intrattenere legami oscuri col mondo delle case farmaceutiche, cede alle lusinghe dei ciarlatani. E nemmeno di fronte all’evidenza della morte riesce poi a rimettersi in discussione. Come questa madre che dichiara di non aver sbagliato nulla, e si dice pronta a rifare tutto ciò che ha fatto. Anche se, forse, l’unica cosa che avrebbe dovuto fare – cosa difficilissima, certo, ma necessaria quando si è madre – sarebbe stato permettere alla figlia di “costruire una propria libertà di scelta nelle cure”, come ha giustamente sostenuto la procuratrice aggiunta Valeria Sanzari. E evitare quindi di influenzare Eleonora, e decidere di fatto al posto suo, e toglierle così la possibilità di essere attrice, fino alla fine, della propria vita.
Uno dei cardini della medicina è il principio di Ippocrate: Primum non nocere, “innanzitutto non nuocere”. Chi esercita la medicina, chi “cura”, sa che il proprio dovere consiste prima di tutto nel “fare il bene” dei propri pazienti, utilizzando trattamenti e metodi scientificamente consolidati, accompagnando chi soffre senza interferire con la sua autonomia, e spiegando sempre i costi e i benefici delle terapie prescritte. Chi “cura” non deve (e non può) illudere. Soprattutto quando si è di fronte ai genitori dei propri pazienti che, oltre alla sofferenza della malattia dei figli, devono convivere con la propria impotenza. Spetta però anche ai genitori, come sarebbe dovuto accadere nel caso di Eleonora, accompagnare nelle scelte i propri figli, senza illudersi di essere sempre loro ad aver ragione. Soprattutto quando sono loro a credere in metodi alternativi e ingannevoli, rubando ai figli il diritto della scelta.