“Sono da sola. E non c’è niente nella mia vita eccetto il mio psichiatra”. Con un video di 11 minuti pubblicato sulla sua pagina Facebook, Sinéad O’Connor lancia un grido di allarme: quando si soffre di una malattia psichica, spariscono tutti e ci si ritrova all’improvviso drammaticamente soli.
La celebre cantante di Nothing Compares 2 U vive attualmente nel New Jersey, in uno squallido motel, abbandonata da tutte le persone care a parte, appunto, il proprio psichiatra, “la persona più dolce al mondo, che mi tiene in vita”. Ma se la O’Connor ha deciso di sfogarsi, questa volta non lo fa solamente per gridare al mondo la propria sofferenza, lo fa anche per tutti coloro che, come lei in questo momento, stanno male e, invece di essere circondati dall’affetto degli altri, sono abbandonati a loro stessi. Appestati, pericolosi, incontrollabili, inguaribili. Come se la malattia psichica fosse il marchio di un’infamia e chi ne soffre non potesse far altro che scomparire per sempre. Anche perché resta strisciante il sospetto che, a differenza delle altre malattie – quelle che non dipendono da nessuno, accadono, sono una disgrazia e quindi suscitano se non pietà, almeno compassione – una depressione o una dipendenza da droga, da alcol o da cibo siano, in fondo, colpa di chi ne soffre: perché si sta male se si ha tutto? perché lamentarsi e non fare uno sforzo di volontà, anche uno piccolissimo? Chi non riesce ad alzarsi dal letto al mattino, forse dovrebbe pensare a chi, malato di cancro, si batte con tutto se stesso per uscire dalla malattia. Chi passa il tempo a mangiare e vomitare, forse dovrebbe mettersi al posto di chi non ha cibo o acqua per sostenersi. Chi piange disperato pur avendo tutto, forse dovrebbe provare a immedesimarsi nella vita di chi non ha mai avuto nulla. Se si tratta di capricci, basterebbe reagire e smetterla di lamentarsi avvelenando la vita altrui. Se invece si tratta di una tara genetica, allora sarebbe comunque meglio stare alla larga, chissà che cosa potrebbe mai succedere a chi commette l’errore di provare pietà.
Peccato che ormai si sappia bene da tempo che le malattie psichiche, come quelle fisiche, hanno bisogno di cura, di pazienza, di attenzioni, ma anche, e forse soprattutto, di amore. E che proprio chi sembra avere tutto, ha tutto tranne la semplice evidente certezza che la vita può anche essere serena e che, quando la si smette di far di tutto per compiacere gli altri ed essere all’altezza delle aspettative altrui, ci si comincia ad accettare per quello che si è, fragili certo, pieni di fratture e di ferite certo, ma non per questo meno degni di amarsi o di essere amati.
Dietro una depressione o una dipendenza, talvolta si nasconde il dramma di chi non è mai stato riconosciuto per quello che è e che, dopo essersi sforzato di costruire un “falso sé” – socialmente accettabile, talvolta anche il prototipo stesso del successo – butta via la maschera e tira fuori tutto quello che da sempre si è sforzato di nascondere. Dietro i successi sociali, come scrive il medico e filosofo francese Georges Canguilhem, si nasconde spesso uno “scacco esistenziale”. Peccato che si continui ancora oggi a fuggire di fronte all’immagine dello “scacco esistenziale” che ci sbatte in faccia la malattia psichica, come se la fuga allontanasse per sempre da sé quella possibilità. Invece di capire che, la malattia psichica come quella fisica, sono solo un indice della nostra umanità.