Qualche mese fa, sulla sua bacheca di Facebook, un padre di 43 anni aveva scritto che voleva solo vedere il suo “cucciolo”, un bimbo di 9 anni che i giudici avevano affidato esclusivamente alla madre. Poi, ieri, la tragedia: l’uomo è andato a recuperare a scuola il figlio in provincia di Napoli, lo ha portato con sé in Toscana, ha aperto in macchina una bombola del gas, è morto soffocato. L’idea dell’uomo era molto probabilmente quella di uccidere anche il bambino, il quale però, miracolosamente, è riuscito ad aprire la portiera della macchina, a chiedere aiuto e a sopravvivere.
Il dramma di Montecatini Val di Cecina costringe a riaprire il capitolo sull’affido esclusivo a uno solo dei due genitori quando una coppia con figli si separa, e sull’enorme sofferenza di tutti quei padri che, non solo devono pian piano fare il lutto della fine della propria storia d’amore, ma devono anche rinunciare per sempre a quella quotidianità che, in fondo, rappresenta l’essenza stessa della propria genitorialità. Niente più coccole e niente più giochi, niente più compiti e niente più sgridate. Come se la fine dell’amore con la madre portasse poi inevitabilmente con sé anche la fine dell’amore paterno. Mentre un padre resta padre per sempre, esattamente una madre. E non c’è nulla che possa consolare un papà quando i giudici decretano che, in nome dell’interesse supremo del minore, i ponti debbano essere rotti. D’ora in poi sarà la madre ad occuparsi da sola del bambino. D’ora in poi il padre potrà vedere il figlio, ma a condizione che, a patto che, solo se… Ecco perché probabilmente, anche se molti dettagli della vicenda giudiziaria restano oscuri, quell’uomo di 43 anni ha pensato che l’unica cosa che gli restasse da fare era farla finita con una vita che, ai suoi occhi, non era più vita: per quale motivo andare avanti se un papà non può più stare col suo bambino? Come fa un padre ad accettare l’assenza e la mancanza di un figlio, quel vuoto che si spalanca all’improvviso e che diventa velocemente incolmabile?
Certo, nulla giustifica il gesto disperato di quest’uomo che ieri ha immaginato che l’unica soluzione ai propri problemi fosse non solo la sua morte, ma anche quella del figlio. I bimbi non sono dei semplici oggetti: nessuno li possiede; non appartengono né al padre né alla madre; nessuno dovrebbe nemmeno permettersi di spostarli come se si trattasse di pacchetti da rispedire o meno al mittente. Figuriamoci se un papà può anche solo pensare che sia legittimo decidere di ammazzarli solo perché sono stati affidati alla madre! L’amore genitoriale dovrebbe sempre essere capace di tollerare e accettare, anche quando la frustrazione è enorme, anche quando la vita sembra aver perso ogni senso. Amare significa talvolta lasciar andare, talvolta accettare di perdere, talvolta mettersi tra parentesi. Nulla giustifica, quindi, quest’atto disperato. Resta un gesto di puro egoismo da parte di un padre che, forse, ha dimenticato che il compito di un genitore è prima di tutto quello di “prendersi cura”.
Resto tuttavia dell’idea che ci si dovrebbe di nuovo interrogare sul significato esatto dell’espressione “interesse supremo del minore”, interesse che guida sempre le decisioni dei giudici ma che, talvolta, sembra essere del tutto travisato. Dove risiede l’interesse di un bambino quando si sfascia una famiglia? Non si dovrebbe sempre far di tutto affinché un bimbo o una bimba possano continuare ad amare entrambi e genitori, e quindi vederli regolarmente e vivere con entrambi le piccole e grandi gioie della vita? Non si dovrebbe smetterla di privilegiare sempre e solo uno dei due genitori, anche se alcune volte è proprio per il bene dei bambini che li si separa da uno dei due? I giudici, troppo spesso, pensano che solo una donna sia capace di accudimento, che un bambino abbia soprattutto bisogno della propria mamma e che un uomo, in fondo, può facilmente consolarsi dopo una separazione. Non è tuttavia né il sesso né il genere che determinano l’attaccamento ai figli. Forse è il momento di ammetterlo.