Bastano veramente sei mesi per denunciare una violenza sessuale? Sono sufficienti per recuperare le parole, superare la vergogna, trovare la forza, recarsi in una questura o in un commissariato, affrontare gli sguardi altrui, raccontare la violenza subita? In Italia, attualmente, sembrerebbe proprio di sì. Visto che la legge prevede che si possa procedere legalmente contro un presunto colpevole di violenze sessuali se, e solo se, la vittima sporge querela entro sei mesi dai fatti. Ecco perché, passati i fatidici sei mesi, in Italia non c’è più nulla da fare. Anche se “i fatti in contestazione possono essere valutati come realmente accaduti”, come hanno spiegato i giudici del Tribunale del Riesame di Bari nel caso della dottoressa violentata mentre era in servizio in una guardia medica, un accusato non è nemmeno processabile.
Ripercorriamo brevemente i fatti. La presunta violenza sessuale subita dalla dottoressa barese risale al dicembre del 2016. La donna, però, ha aspettato nove mesi prima di denunciare l’accaduto. Prima non ce l’aveva fatta. Prima era stata travolta dalla vergogna. Prima aveva solo sperato che finisse tutto, anche se il suo aggressore, un cinquantunenne di Acquaviva delle Fonti, non sembrava avere alcuna intenzione di smetterla e, dopo l’episodio del 2016, aveva continuato a perseguitarla, minacciandola persino di morte. Per il cinquantunenne resta l’accusa di stalking nei confronti della dottoressa, visto che gli episodi sono più recenti. Ma la vittima, in ragione dell’improcedibilità dello stupro, si ritrova oggi non più solo vittima delle violenze subite, ma anche vittima di uno Stato che sembra non capire che i termini stabiliti per denunciare uno stupro sono del tutto inadeguati.
Quando si subisce una violenza sessuale, spesso ci vuole tanto tempo prima di riuscire a parlare. Lo spiega molto bene la filosofa americana Susan Brison in un libro autobiografico in cui racconta lo stupro subito più di dieci anni prima: una violenza sessuale distrugge “ogni riferimento logico” e annienta il “valore dell’essere”; all’improvviso, ci si scopre impotenti e fragili; d’un tratto, si dubita di se stessi e della propria dignità, ci si colpevolizza e ci si convince di non valere niente, ci si chiude a chiave in se stessi e si pensa di non meritare più nulla. Talvolta ci vogliono anni e anni anche solo per raccontare quello che è potuto succedere, dubitando della propria memoria e rimettendo in discussione tutto quello che si è sempre fatto o pensato. È solo col passare del tempo che si riesce a ripercorrere l’accaduto, a trovare la forza per andare avanti, a ricostruire quel minimo di fiducia in se stessi che è poi la condizione stessa per ricominciare anche a credere negli altri. Come si può allora anche solo pensare che siano sufficienti sei mesi per sporgere denuncia? I tempi non dovrebbero essere spostati molto in avanti – se proprio si vuole dare un termine di scadenza ed evitare così i rischi di possibili ricatti – per dare la possibilità alle vittime di fare quel percorso interiore, spesso lunghissimo, che è necessario per rimettere insieme i cocci di un’identità sbriciolata?
È facile – e banale e superficiale e al limite dell’insulto – affermare, come talvolta si sente dire, che una persona che non denunci subito una violenza sessuale perde ogni credibilità. Più è grande la violenza subita, più aumenta il tempo necessario per trovare non solo le parole adeguate per raccontare l’accaduto, ma anche la forza per superare la vergogna e il senso di inutilità che invade tutto, assolutamente tutto. La violenza devasta sempre. Ma uno stupro, come ricorda Susan Brison, non è una violenza come le altre. È un “assassinio senza cadavere” che, anche solamente per essere nominato, ha bisogno di un coraggio immenso.