La Corte d’assise d’appello di Roma, ritenendo che il reato di stalking non fosse assorbito in quello di omicidio, ha condannato all’ergastolo Vincenzo Paduano, l’assassino di Sara Di Pietrantonio. Sentenza storica, come ha riconosciuto la madre di Sara, nonostante per sua figlia sia ormai troppo tardi. Ma anche fortemente simbolica, visto che sono tante le ragazze e le donne che potranno finalmente sentirsi meno sole davanti all’insopportabile “violenza invisibile” dello stalking. D’ora in poi, nessuno potrà più banalizzare tutte quelle denunce che vengono depositate da chi subisce violenza verbale o psicologica, prima ancora che l’irreparabile sia commesso. Non è d’altronde un semplice “raptus di follia” quello che spinge un uomo a uccidere una donna. Né tantomeno una scontata forma di “gelosia” – sebbene già nella gelosia sia insito il possesso che, con l’amore, non c’entra proprio nulla. Un femminicidio non è qualcosa che accade inaspettatamente: non è l’ordinaria conseguenza di una lite, né l’ovvio risultato di un tradimento, né il mero frutto dell’abbandono. È l’ultimo atto di una catena di soprusi e di violenze che, pian piano, svuotano la donna di ogni dignità, riducendola a “oggetto”. È un dramma che, se si riuscisse a intervenire quando iniziano a esserci i primi segnali di maltrattamento, si potrebbe forse evitare.
Gli uomini violenti sono attraversati da profonde fratture narcisistiche che li rendono al tempo stesso fragili e pericolosi: denigrano per sentirsi superiori; offendono per gettare sulla donna la colpa dei propri fallimenti; immaginano che la propria compagna (o moglie) sia una cosa di cui poter disporre a proprio piacimento, non tollerando la semplice e banale evidenza che ogni persona ha diritto alla propria libertà e alla propria autonomia. Se nessuno interviene per bloccare l’escalation dei soprusi, la violenza di questi uomini non fa altro che aumentare. Ecco perché è necessario agire subito, e non sottovalutare mai una denuncia di stalking.
Forse questa sentenza della Suprema Corte permetterà di capire, una volta per tutte, che un amante o un amico o un marito o un compagno o un padre che umiliano, denigrano, maltrattano, insultano e picchiano una donna non lo fanno mai per amore, ma per debolezza, e egoismo, e cattiveria, e perversione. L’amore è ciò che permette a ognuno di noi di essere libero di essere se stesso, talvolta anche di andarsene e di ricominciare altrove la propria esistenza; si è amati, come scrisse un giorno Cesare Pavese, solo quando si può mostrare la propria debolezza “senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza”. Tutto il contrario di ciò che accade quando si subisce lo stalking di chi, approfittando delle nostre fragilità, non fa altro che schiacciarci, umiliarci, farci male. È sempre estremamente faticoso e doloroso, per una donna, rendersi conto che l’uomo che le è accanto non la ama – nonostante spesso quest’uomo non faccia altro che ripeterglielo – ma la distrugge. Ancora più faticoso e doloroso è denunciare il proprio compagno o marito. Se poi al dolore e alla fatica della presa di coscienza e della denuncia si aggiunge la superficialità di chi, invece di accompagnare e proteggere, lascia correre o banalizza una denuncia, allora diventa impossibile, per questa donna, liberarsi dal giogo del proprio carnefice, e ricominciare a vivere. Speriamo che, grazie a questa sentenza simbolica, le donne che subiscono violenza siano davvero, e finalmente, meno sole.