Ottima la notizia che la Camera, all’unanimità, abbia dato il via libera al reato di revenge porn, ossia alla norma che, all’interno del codice rosso, prevede di punire chiunque si permetta di diffondere immagini o video a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso delle persone rappresentate. Un ulteriore passo avanti nella lotta contro le violenze nei confronti delle donne che, nel nostro paese, continuano purtroppo a mietere quotidianamente vittime nonostante il moltiplicarsi delle leggi e l’esistenza, ormai da alcuni anni, della querela irrevocabile nei confronti degli uomini violenti, degli arresti obbligatori per maltrattamento e stalking, e di processi più rapidi verso i presunti colpevoli. Ancora una volta, però, si festeggia e si brinda senza fare i conti con la realtà, illudendosi che la repressione possa risolvere questa piega contemporanea. E evitando quindi di affrontare alle radici il problema delle violenze, impegnandosi affinché cambino le mentalità, insegnando ai più giovani la cultura del rispetto, decostruendo gli stereotipi di genere, e smontando così progressivamente quegli arcaismi che impediscono, di fatto, di costruire una società realmente inclusiva e tollerante.
Sono passati appena un paio di giorni dalla fine del congresso internazionale sulla famiglia che ha dato voce a quanti pensano che l’origine di ogni male risieda nell’emancipazione femminile e che, non sopportando le differenze e le molteplici diversità che caratterizzano ognuno di noi, sognano un mondo costruito attorno a famiglie composte solo di mamme e di papà. C’è stato chi ha evocato la necessità che la donna torni a incarnare la figura dell’angelo del focolare. C’è stato chi ha parlato dell’omosessualità come di una malattia. C’è stato chi ha persino osato proporre terapie riparatrici a tutte coloro e a tutti coloro che, omosessuali, non avrebbero alcun diritto di costruire una famiglia. Se le premesse per combattere le violenze e gli stupri sono queste, siamo ben lontani dal trovare una soluzione alla totale mancanza di rispetto che porta alcune persone a immaginare di poter disporre degli altri a proprio uso e consumo. Perché poi il problema delle violenze è tutto qui: educare, educare e ancora educare. Che poi significa riscrivere la grammatica delle relazioni affettive, insegnando non solo il riconoscimento del valore intrinseco che possiede ogni essere umano, indipendentemente dalle differenze di sesso, di genere e di orientamento sessuale, ma anche la consapevolezza della propria dignità. Quando si cresce convinti che l’altro può essere considerato un semplice “oggetto” – che può (e deve) conformarsi alle proprie aspettative, che può (e deve) essere utilizzato per colmare i propri vuoti e riparare le proprie fratture, che può (e deve) aiutarci a superare le nostre frustrazioni – non è possibile nemmeno capire come, e perché, arginare quella violenza incontenibile che ci porta a distruggere l’altra persona quando non si comporta, o non è, esattamente come vorremmo che si comportasse e che fosse. Dietro l’aggressività, gli stupri e ogni forma di violenza c’è sempre l’incapacità di accettare e riconoscere l’altro per quello che è, forse anche perché non ci si accetta e non ci si riconosce. Si pensa di amare la persona che ci è accanto e invece, in balia della gelosia, la si vuole solo dominare. Illudendosi non solo che la sottomissione e il possesso altrui possano permetterci di “esistere”, ma anche che la perdita dell’altro significhi la perdita di se stessi. Ma se nessuno ci accompagna alla scoperta della dignità nostra e altrui, come si può anche solo immaginare che si impari il significato del termine “rispetto”? Perché la repressione dovrebbe essere un deterrente quando la voglia di vendicarsi e di distruggere diventa un’ossessione, tanto nulla vale, niente merita considerazione, e chiunque è solo una pedina sulla scacchiera del nostro narcisismo ferito?