Con una mozione a prima firma Gemma Guerrini, consigliera M5S della giunta Raggi, il Campidoglio ha deciso di riprendersi il Palazzo del Buon Pastore nonostante si tratti, da oltre trent’anni, della sede storica delle femministe di Roma: la Casa Internazionale delle Donne. Dietro la decisione, c’è lo scopo più che lodevole da parte del Comune di valorizzare quella parte del proprio patrimonio immobiliare utilizzato da utenti morosi. Nessuna delle associazioni riunite nel consorzio Casa delle donne nega d’altronde l’esistenza di un debito, nonostante i servizi culturali e sociali offerti da tempo alla città e gli ovvi costi di manutenzione dello stabile. Ma che prezzo hanno esattamente la cultura e la memoria? Non sono anni che questo palazzo del Seicento è il punto di riferimento per tante donne in difficoltà e il simbolo stesso delle lotte femministe? Si può trattare la Casa delle donne come un semplice immobile commerciale?
Per anni, di fronte al debito che si era accumulato, il Comune ha deciso di chiudere un occhio: c’era un patto implicito tra il Campiglio e la Casa delle Donne che si fondava sul riconoscimento del valore simbolico, culturale e sociale di questo luogo. Con Marino, era stato addirittura raggiunto un accordo per la cancellazione del debito in cambio, appunto, di questi servizi sociali e culturali offerti alla cittadinanza femminile. Con l’arrivo al potere del M5S, però, il patto sembra essersi definitivamente rotto. In nome del rigore, recita la mozione, sarebbe necessario “riallineare il progetto alle moderne esigenze dell’Amministrazione”: il bilancio va risanato. Money is money. Anche se, proprio in questi giorni, il capo politico del movimento, Luigi di Maio, non la smette più di protestare contro i vincoli di bilancio troppo rigidi imposti da Bruxelles.
Ma non questo è il solo, e più importante, paradosso della storia. La questione che sorge spontanea è un’altra: com’è possibile che a rompere il patto sia una giunta guidata da una donna? La sindaca Raggi – prima donna eletta a Roma – non conosce, oppure dimentica, oppure sottovaluta, l’importanza che i luoghi di accoglienza e di rilancio culturale rivestono oggi per tutte quelle donne che, nonostante i progressi dell’uguaglianza, continuano a subire violenze e ad essere emarginate?
Non passa giorno che non ci si indigni per un femminicio o uno stupro. Quando accade un fatto di violenza, si è tutti pronti a invocare la necessità di punirei i colpevoli, di proteggere le vittime e di prevenire questo tipo di episodi, creando cultura, aiutando le donne a prendere coscienza del proprio valore, e costruendo e moltiplicando dei luoghi dove ci si possa, appunto, ritrovare e sentire al riparo. Cosa può allora mai passare per la testa di chi ci governa quando, in nome della legalità e del rigore budgettario, non si è più in grado di distinguere tra chi approfitta del sistema e chi, invece, quel sistema cerca di cambiarlo o migliorarlo anche senza avere a disposizione grandi mezzi economici? Non ci si può riempire la bocca di grandi principi e poi, per ragioni prettamente economico-amministrative, passare la spugna su anni e anni di militanza femminista.