Dicevi che nel tuo vocabolario non esisteva la parola “mollare”. Dicevi che la felicità ce l’avevi “qui e ora”. Dicevi di non vergognarti di portare la parrucca, e che era anche più bella dei tuoi capelli. Dicevi persino che non avevi più paura di morire. Ma come facevi, Nadia? Dove trovavi la forza per sorridere sempre nonostante la chemio e il viso gonfio? E il coraggio di ripetere che la vita era una “figata” nonostante la malattia e il dolore? Eri una guerriera, Nadia. Questo sì. Una di quelle figure leggendarie di cui si legge nelle fiabe e che, di solito, nel mondo reale si fa fatica a incontrare. Ormai lo sanno tutti che eri eccezionale, e che i tuoi selfie e le tue parole sono stati un esempio per tutti coloro che lottano quotidianamente contro il cancro o qualche altra terribile malattia. Ormai l’hanno capito tutti che ci hai insegnato a batterci, e a lottare, e a volere, e a non smettere mai di crederci. Se ce la fa lei, perché io non potrei? Chissà quante sono le persone che lo hanno pensato e se lo sono detto, seguendoti sui social, leggendoti, osservandoti indossare ogni giorno una parrucca colorata, oggi che l’immagine ideale del corpo porta chiunque a vergognarsi di non essere “abbastanza”, oggi che l’imperativo della performance ci spinge tutti a eccellere oppure a scomparire. È anche per questo che eri amata, Nadia, e rispettata; nonostante le assurde polemiche che erano nate quando avevi pubblicato Fiorire d’inverno, e c’era stato chi non aveva voluto saperne di rendere onore al tuo coraggio. Perché era di questo che si trattava, Nadia, vero? Il coraggio di andare avanti e di essere se stessi. Anche quando dicevi che il cancro non era una “sfiga”, ma un “dono”. Nonostante il dolore non sia mai davvero un dono, e non sia vero che basta “volere” per “potere”, e ci siano tante persone che vogliono ma non possono, si battono e vengono sommerse, ce la mettono tutta e sono sconfitte. Ma ora che non ci sei più, che cosa importa di tutto questo? Delle assurde polemiche non resterà nulla – a parte un po’ di amaro in bocca per chi ha anche solo accennato a strumentalizzare le tue battaglie, non facendocela proprio a sostenere la potenza del tuo sorriso. A differenza invece del messaggio che ci hai lasciato, che è un seme di speranza in un’epoca in cui ci si lamenta spesso a vanvera di tutto, e non si sanno cogliere quegli attimi di gioia che la vita, nonostante tutto, riserva a tutti. Ciò che resta di noi, in fondo, è proprio l’esempio che si è dato e le persone che siamo stati, vivere tutto sulla propria pelle e indicare il cammino. E questo, Nadia, tu sei stata capace di farlo meglio di tanti altri. Non perché la malattia la si possa vincere; non perché la salute dipenda da noi; non perché nell’esistenza accada sempre e solo quello che si desidera. Al contrario. Nella vita le cose succedono senza chiederci il permesso, talvolta è proprio ciò che si vorrebbe più di qualunque altra cosa che non arriva mai, spesso si è vittime innocenti di eventi e episodi e incidenti su cui non si ha alcuna presa. Ma questo non significa che ci si debba abbandonare al flusso delle cose o che si debba perdere la speranza o che si possa “mollare”. Essere resilienti, come si dice oggi, non significa accettare il mondo come va o farsi una ragione del dolore. Il dolore è inaccettabile. Sempre. Ma ognuno di noi ha la possibilità (e la capacità) di cercare di trasformarlo in qualcos’altro, di farne “un’occasione”, proprio come dicevi tu, utilizzandolo magari per cambiare strada oppure comunque modo di vedere le cose, e ascoltare gli altri, ed entrare in empatia con loro, e accettarli per quello che sono, e riconoscersi come si è, anche se la maggior parte delle volte si è fragili e malati e incapaci e malconci. Il tuo, Nadia, non è mai stato un messaggio di onnipotenza del tipo: combatti e vincerai. Il tuo è, e resterà per sempre, un messaggio di speranza: battiti e vivi. Perché la vita è fatta di attimi e nessuno sa quanti ce ne saranno ancora. E allora è inutile mettersi su “pausa”, meglio continuare, meglio andare avanti, meglio vivere. “Voi cosa combinate di bello?” chiedevi sempre ai tuoi follower. Certo, tu sei stata davvero una grande guerriera. Non tutti abbiamo il tuo coraggio e la tua forza. Ma adesso che non ci sei più, l’unico modo per renderti omaggio è sorridere, serbando nel nostro cuore l’immagine del segno di vittoria che ci regalavi nei tuoi scatti.