“Aspetto di sapere cosa ne pensate della mia vita raccontata in questo libro in cui c’è tutta la mia intimità, in cui vi apro il mio cuore”, ha scritto su Instagram Nadia Toffa postando la copertina di Fiorire d’inverno – il memoir in cui parla del suo tumore, delle sue battaglie e di come pian piano sia riuscita a trasformare “quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità” – e suscitando in breve tempo moltissime reazioni. Sono stati talmente tanto numerosi i commenti che #NadiaToffa è diventato in Italia una tendenza, seconda sola al #DecretoSalvini. E quindi? Niente di nuovo, si potrebbe commentare, visto che ormai ogni parola e ogni immagine resa pubblica suscita polemiche, e ognuno si sente sempre in dovere di dire la sua, soprattutto quando l’autore di un post è un personaggio celebre. Solo che questa volta la polemica sembra più assurda del solito, e se c’è chi saluta con estremo entusiasmo il coraggio di Nadia Toffa, c’è anche chi non esita a lanciare invettive parlando di “spettacolarizzazione del tumore”. In un caso come nell’altro, però, il rischio è quello di cancellare le molteplici sfumature di tutta questa vicenda. Da un lato, si rischia di banalizzare la sofferenza e di ferire chi, come Nadia, il cancro lo ha vissuto e lo sta ancora combattendo; dall’altro, c’è il pericolo di colpire e addolorare chi questa battaglia la sta perdendo o l’ha già persa, e forse non accetta che il proprio dramma possa essere qualificato di “dono”. La sofferenza, d’altronde, non è mai un dono. Ma può essere un’occasione di rinascita, può essere attraversata e raccontata, può diventare persino un motivo di speranza. E in questi casi, il dono, sta proprio nel raccontarlo.
Dietro il libro di Nadia Toffa c’è senz’altro l’urgenza di dire la gioia che si prova quando si riesce a essere più forti della propria malattia, quando si è capaci di sormontare le difficoltà, quando ci si rende conto che si ha la forza di battersi. Oltre al coraggio, perché di coraggio ce ne vuole davvero tanto per aprire il proprio cuore e donare agli altri pezzi di sé. Ma forse c’è anche l’illusione che chiunque possa essere capace di vincere il cancro e riuscire a parlarne, perché purtroppo non è così, purtroppo c’è anche chi non ce la fa, purtroppo la vita è talvolta così inclemente che, nonostante si cerchi di sorridere ogni giorno, coma Nadia, le tenebre non passano mai. È sempre delicato parlare di sé ed esporsi, anche semplicemente perché non si può mai “dire tutto” – a meno di non diventare trasparenti e sbriciolarsi sotto il peso dello sguardo altrui – e l’equilibrio tra il racconto e la sovraesposizione non è mai facile. Ma partire dal presupposto che una persona come Nadia Toffa abbia scritto Fiorire d’inverno per motivi meramente commerciali, come suggerisce Filippo Facci sulle pagine di Libero, è offensivo e inaccettabile. Nadia ha fatto bene a rispondergli a tono: inutile rendersi protagonisti solo per motivi di visibilità. Anche se purtroppo, e lo dico con enorme rispetto per la sofferenza di Nadia e con ammirazione profonda per il suo coraggio, non basta “volere per potere”, e quando si è confrontati alla malattia e alla sofferenza la volontà non basta, anzi, crederlo significa colpevolizzarsi, e forse anche lasciar passare il messaggio che chi non ce la fa, in fondo, non ce l’ha messa tutta.