“Si tratta dell’infame schiavitù del nostro secolo”. Il Presidente Mattarella ha avuto ragione ieri quando, ricordando le battaglie portate avanti negli anni Cinquanta dalla senatrice Lina Merlin per chiudere le case di tolleranza, ha definito così lo sfruttamento della prostituzione. A sessant’anni di distanza dall’approvazione della legge che regolamentava la prostituzione nel nostro paese, le parole di Mattarella suonano come un monito a chi volesse rimettere in discussione la libertà femminile, suggerendo magari, come avevano fatto alcuni parlamentari dell’epoca, che certe donne siano naturalmente portate verso la prostituzione. È d’altronde difficile interpretare in maniera diversa la posizione espressa da Matteo Salvini quando ha spiegato perché, secondo lui, si dovrebbero riaprire le case chiuse. Per il vice-premier della Lega, in tutto il mondo civilizzato sarebbe lo Stato a gestire la prostituzione. Perché dunque non farlo anche in Italia? Perché non trattare la prostituzione come un semplice lavoro? Per Salvini, è sempre tutto molto semplice: c’è chi sceglie di fare l’insegnante o il poliziotto e chi, invece, sceglie di guadagnarsi da vivere prostituendosi. E chi invece non ha scelta? Chi vive in condizioni economiche tragiche e non ha altro modo per sbarcare il lunario? Chi vorrebbe avere la scelta di lavorare in ufficio o di insegnare ma non può?
Attenzione, non sto affatto dicendo che la prostituzione sia sempre e solo una forma di schiavitù subita. Sarebbe assurdo identificare sistematicamente il “mercato del sesso” con la “tratta degli esseri umani”. Anche semplicemente perché esistono donne che rivendicano la possibilità di prostituirsi. Ma quale è l’effettiva libertà di tutte quelle donne che, attraversando situazioni di precarietà economica, sociale o psicologica, vivono la prostituzione come una scelta obbligata? Possiamo realmente immaginare che si tratti di un lavoro come un altro? Cosa dire di tutte quelle strategie difensive messe in atto da chi, pur non costretto da altri a prostituirsi, cerca di preservare almeno una parte della propria vita affettiva e sessuale?
Sarebbe bello che Salvini, prima di affrontare un tema delicato come quello della prostituzione, si documentasse. Non gli chiedo di leggere la sterminata bibliografia che esiste sulla tratta degli esseri umani, sulla gestione malavitosa delle case chiuse, oppure sul lavoro di chi, giorno dopo giorno, aiuta le prostitute a uscire da quel mondo soffocante in cui spesso sono costrette a vivere nonostante non ne abbiano alcuna voglia. Potrebbe però almeno gettare un occhio al bellissimo libro autobiografico di Nelly Arcan, Putain – tra l’altro grande successo editoriale. E meditare quello che la giovane donna scrisse qualche anno prima di suicidarsi: “Quei tremila uomini che svaniscono dietro una porta ignorano tutto quello che ho dovuto fare per esorcizzare la loro presenza, per custodire solo il loro denaro; non sanno nulla del mio odio, perché non sospettano nemmeno che esista, perché hanno desideri, ed è tutto ciò che importa, perché non c’è altro da sapere, e la vita è così semplice in fondo, così drammaticamente facile, e poi devono tornare alle proprie mansioni, dirigere riunioni, fare i papà, e, a volte, quando sono da sola, qui, e non succede nulla, rimango immobile nel letto, ascoltando il rumore della vita che si anima nella casa”. In questo modo, forse, capirebbe il senso esatto di quanto detto ieri dal Presidente Mattarella: “Lo sfruttamento sessuale delle donne è una pratica criminale […] Oggi Lina Merlin sarebbe in prima linea contro la tratta di questo nostro tempo”.