È difficile capire cosa sia passato per la testa dei giudici della Corte di Cassazione quando hanno stabilito che, se la vittima di uno stupro collettivo si ubriaca, non ci debba essere né aggravante né aumento di pena per i colpevoli. Certo, la vittima in questione avrebbe assunto volontariamente l’alcol e non si può dunque accusare gli stupratori di averla forzata a bere. Ma non è proprio lo stato di confusione mentale e di assenza di controllo che rende una persona ancora più vulnerabile? Non è proprio quando si è confrontati alle debolezze e alle fragilità che si impone il rispetto di chi ci è di fronte?
Ormai lo sappiamo da tempo: approfittare dello stato di minorata difesa in cui ci si può trovare, indipendentemente dalle modalità e dalle ragioni, rende ancora più odioso quello che resta, per una donna, il peggior crimine di cui possa essere vittima. Quando si viene stuprati, è il proprio mondo che crolla: ci si sente sporchi, senza valore, inutili; si perde fiducia negli negli altri e in se stessi; talvolta si sta talmente male che non si riesce nemmeno a trovare la forza per rompere il silenzio e dire il dolore, dire la vergogna, dire l’offesa. Lo spiega bene la filosofa americana Susan Brison in un libro autobiografico in cui definisce lo stupro un “assassinio senza cadavere”: la violenza sessuale distrugge “ogni riferimento logico” e annienta il “valore dell’essere”; all’improvviso, ci si scopre impotenti e fragili; d’un tratto, si dubita di se stessi e della propria dignità, ci si chiude a chiave e si pensa di non meritare più nulla. Al punto che spesso ci vogliono anni e anni anche solo per raccontare quello che è successo, dubitando della propria memoria e rimettendo in discussione tutto quello che si è sempre fatto o pensato. Non è un caso che, da sempre, le donne si battano affinché le violenze sessuali siano punite senza “se” e senza “ma”: è assurdo trascurare le aggravanti; è incomprensibile cercare di individuare, per gli aggressori, eventuali scuse o attenuanti.
Certo, sono passati ormai quarant’anni da quando Loredana Dordi filmò per la Rai il processo per stupro di una ragazza di 18 anni mostrando come, in questo tipo di processi, la vittima diventasse inesorabilmente l’imputata. Era il 1978, e l’idea che una “brava ragazza” non potesse mai essere violentata era ancora molto diffusa. Ecco perché, partendo dalla constatazione che la ragazza conosceva uno degli imputati e che non presentava segni di maltrattamenti, gli avvocati della difesa potevano ancora permettersi di cercare di addossarle la responsabilità della violenza subita.
Oggi però lo sappiamo bene che la responsabilità di uno stupro è solo di chi, quella violenza, la commette. Oggi sappiamo bene che, senza consenso, un atto sessuale è sempre uno stupro. Esattamente come sappiamo che il consenso non lo si può esprimere quando ci si trova in uno stato di confusione mentale o di debolezza psichica. Qual è allora la ratio della decisione dei giudici della Corte di Cassazione? Com’è possibile che, dopo aver riconosciuto l’abuso delle condizioni fisiche e psichiche della vittima e aver constatato l’assenza di un valido consenso, abbiano poi escluso l’esistenza di un aggravante?
Forse il problema è che, anche se sono passati quarant’anni dal processo filmato dalla Dordi, la tentazione di tornare indietro è sempre presente. Basta abbassare la guardia, e la necessaria protezione delle donne viene meno. Basta non essere vigili, e qualcuno ci riprova a insinuare il dubbio di una possibile connivenza tra la vittima e i colpevoli. È stato questo il movente della Corte di Cassazione?