Era ricco, era famoso, era colto, era raffinato. Dall’esterno, lo chef americano Anthony Bourdain, l’amico di Barack Obama e il compagno di Asia Argento, aveva tutto. Cioè. Tutto tranne, forse, la semplice e banale evidenza che vivere è bello. Altrimenti perché ammazzarsi? Perché lasciare una bimba di appena 11 anni e una compagna con la quale stava spessissimo e di cui era innamorato? Ma, dall’esterno, spesso le cose vanno bene, soprattutto quando si hanno fama, successo, celebrità, ricchezza e amore, e sembra difficile, anzi impossibile, capire che cosa possa essere passato per la testa di chi ha deciso di mettere fine alla propria vita. Anthony Bourdain, d’altronde, è solo l’ultimo di una triste lista di suicidi celebri. Risale a pochi giorni fa la notizia della tragica morte della stilista Kate Spade, punto di riferimenti del mondo della moda e delle star di tutto il mondo. Per non parlare poi di Avicii, il dj svedese autore della hit Wake me up che, lo scorso aprile, si è tolto la vita a soli ventott’anni. Tutti personaggi famosi. Tutti baciati dalla sorte. Tutti adorati, celebrati, e forse anche invidiati. Visto che viviamo in un’epoca in cui l’apparire sembra sovrano, e l’essere di ognuno pare svanire sotto la maschera del personaggio che si incarna via via davanti ai riflettori, sulla stampa, in televisione, sui social. Nonostante dietro le maschere del successo si nascondano spesso tragedie e sofferenze esistenziali, vuoti e paure. Soprattutto per chi si sforza di essere sempre all’altezza delle aspettative dei propri fan e follower. Lo ha ricordato proprio ieri Asia Argento parlando del compagno: “Anthony ha dato tutto se stesso in tutto quello che ha fatto”. Ma ci si può sempre e comunque dare agli altri? Cosa resta di sé quando si dà tutto? Il coraggio e la generosità bastano a salvarci la vita?
Ormai lo sappiamo da tempo che il talento si intreccia spesso con la depressione, e che l’intelligenza e la sensibilità permettono senz’altro di emergere, di essere creativi, di commuovere o di esaltare il pubblico, ma rendono anche estremamente vulnerabili di fronte a tutto quello che accade. Soprattutto quando la realtà obbliga a fare i conti con i propri limiti. E allora ci si scopre meno forti, meno resistenti, meno capaci di andare avanti di fronte alle avversità. Talvolta, la facciata esterna cela i drammi che si vivono: la difficoltà di alzarsi la mattina e di dirsi che non importa quello che potrà succedere perché l’unica cosa che conta è vivere; oppure anche solo la fatica di “fare finta”, di andare avanti nonostante tutto, di allontanarsi a tratti dalla scena pubblica per fare i conti con ciò che, per sé, conta veramente. Il suicidio è, e forse resterà per sempre, un mistero. Lo disse perfettamente Freud parlandone come di un enigma: è un gesto che distrugge tutto, e dietro il quale non può che essersi tanto dolore e tanta rabbia. Un gesto che nessuno dovrebbe mai permettersi di giudicare, proprio perché nessuno può mai sapere che cosa sia passato per la testa di chi, come unica soluzione, vede la fine di tutto. Varrebbe però almeno la pena di riflettere sul fatto che né il successo, né la ricchezza, né la gloria possono nulla quando si è disperati. E che, talvolta, è proprio quando sembra di avere tutto, che forse manca l’essenziale: la banale e evidente certezza che vivere è bello.