Che progressi ha fatto il nostro paese in questi ultimi anni sulle questioni eticamente sensibili? Esiste davvero il diritto di andarsene degnamente quando non c’è più niente che ci trattenga in questo mondo? Che spazio è stato dato all’autodeterminazione dei pazienti? Rispetto a quando Beppe Englaro iniziò le proprie battaglie per strappare Eluana da quell’inferno che lei non voleva, di passi avanti ne sono stati fatti molti. Oggi, a differenza di allora, esiste finalmente una legge sul consenso informato, il fine vita e le disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Le norme vennero approvate durante la scorsa legislatura, nel dicembre del 2017, dopo mesi di ostruzionismo e di polemiche. E sanciscono definitivamente l’impossibilità di somministrare a un paziente “cure inutili o sproporzionate”. Ormai, in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti, “il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda e continua”. Ormai, non solo un paziente può rifiutare in tutto o in parte le cure che gli vengono proposte, incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali, ma può anche esprimere anticipatamente le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari in previsione di una sua possibile e futura incapacità a comunicare. Nonostante le pressioni di chi ha cercato in ogni modo di ostacolare il sacrosanto diritto di ognuno di potersene andare quando ormai non c’era più nulla da fare, anche l’Italia ha riconosciuto la possibilità, per ognuno di noi, di morire con dignità e senza dolore, sedato e accompagnato fino alla fine.
Tutto bene allora? In realtà no. Non solo perché il consenso informato, in Italia, si iscrive sempre e solo all’interno di una relazione terapeutica nella quale, di fatto, l’ultima parola spetta ai medici – la legge non permette ad esempio, come accade invece in molti altri paesi europei, di somministrare ai pazienti che lo chiedono quei farmaci che, al fine di lenire il dolore, possono avere come conseguenza secondaria quella di accelerare la morte. Ma anche e soprattutto perché nessuno sforzo viene fatto per rendere queste norme davvero operative, in particolare per quanto riguarda il testamento biologico – il registro unico e nazionale delle DAT non è mai entrato in funzione, in molte regioni non è nemmeno attivo lo sportello cui i cittadini dovrebbero poter depositare le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento. Per non parlare poi della questione del suicidio assistito, del tutto ignorata dalla legge italiana. Nonostante sia stata la stessa Corte Costituzionale, alcuni mesi fa, a chiedere al Parlamento di intervenire rapidamente per colmare questo vuoto normativo, rimandando di un anno ogni decisione sul caso di DJ Fabo e Marco Cappato.
Nessuno, però, sembra oggi particolarmente interessato alle questioni etiche. Né il Governo – ma chi può ancora stupirsi di quest’assenza totale di interesse da parte di una maggioranza che cerca solo di massimizzare il consenso in vista delle prossime elezioni? – né l’opposizione – la cui identità sembra sfuggire non solo agli elettori ma anche ai responsabili politici. Nonostante il rapporto tra autonomia e dignità – così come quello tra sacralità della vita e rispetto della libertà individuale – strutturi il vivere insieme, e rappresenti la base stessa di ogni progetto per l’avvenire. Ma quello che oggi manca del tutto in Italia, è una visione lunga e profonda, in grado di andare al di là delle contingenze, e di strutturarsi attorno a valori capaci di dare senso all’umano vivere.