Sono passati vent’anni da quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenze contro le donne. Da allora, ogni 25 novembre, si moltiplicano in tutto il mondo manifestazioni e eventi volti a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo dramma. Tutti si dichiarano pronti a impegnarsi per contrastare in maniera radicale femminicidi e stalking. Tutti concordano quando si tratta di votare leggi che prevedano querele irrevocabili nei confronti degli uomini violenti, arresti obbligatori per maltrattamento, oppure anche processi più rapidi nei confronti dei colpevoli. Ma come si fa a pensare che la sola repressione possa permettere di risolvere questa piaga contemporanea? Che cosa sta concretamente facendo la politica per mettere in atto le misure di prevenzione necessarie per evitare che queste violenze continuino a essere perpetrate, giorno dopo giorno, come mostrano i recenti (e agghiaccianti) dati diffusi dalla Polizia di Stato?
Quando nel 2013 il Parlamento italiano ratificò la Convenzione di Istanbul, si impegnò non solo a riconoscere che le violenze di genere rappresentano un problema strutturale della nostra società, ma anche a portare avanti una triplice strategia: punire (i colpevoli), proteggere (le vittime), prevenire (le violenze). Poi però la politica si è accontentata di mettere a punto un arsenale giuridico repressivo (non si contano nemmeno più le leggi che vanno in questa direzione talmente sono numerose), senza preoccuparsi né della protezione delle vittime né della prevenzione della violenza. I centri antiviolenza – il cui lavoro si è dimostrato fondamentale sia per far emergere tante violenze che altrimenti sarebbero rimaste nascoste, sia per accompagnare e aiutare le donne vittime – fanno fatica ad andare avanti: nonostante le promesse ricorrenti, mancano ancora di sostegni adeguati e duraturi da parte dello Stato. Nessun governo si è preoccupato di varare un serio piano nazionale di prevenzione, nonostante sia questa la “p” più importante della strategia per contrastare stupri e femminicidi: fino a quando non si educheranno i più giovani al rispetto reciproco e all’accettazione delle differenze, non si riuscirà nemmeno a contenere la violenza di genere.
È ormai urgente riscrivere la grammatica delle relazioni affettive e insegnarla ai più piccoli, a partire dal significato stesso del termine “rispetto”. Com’è possibile che la politica non si renda conto che viviamo in una società in cui si immagina che il rispetto lo si debba conquistare o meritare, mentre è semplicemente dovuto a ogni persona in quanto tale? Com’è possibile che sia la stessa politica a valorizzare un linguaggio fatto di prevaricazione e manipolazione, invece di trasmettere i valori dell’ascolto e del reciproco riconoscimento? È illusorio immaginare di far diminuire le violenze se nessuno ci insegna che una donna non può essere trattata come un oggetto, e che la sua autonomia e la sua dignità sono inviolabili esattamente come lo sono l’autonomia e la dignità maschile. È un grave errore credere che un uomo possa essere in grado di capire che la rabbia che non riesce a contenere è sintomo di un malessere profondo che dovrebbe essere preso a carico e curato, quando non si fa altro che esaltare l’aggressività e la volgarità. Ci sono tanti stereotipi della virilità e della femminilità che dovrebbero ancora essere decostruiti, così come ci sono tanti ragazzi e tante ragazze che avrebbero bisogno di acquisire fiducia in loro stessi, indipendentemente dai modelli di “vero uomo” o “vera donna” che circolano ancora oggi. I problemi relazionali sono quasi sempre una conseguenza di fragilità identitarie. Ma fino a quando non si capirà che l’educazione e la cultura sono essenziali per conoscere (e riconoscere) se stessi e gli altri – e la politica non punterà quindi sulla prevenzione – non si riuscirà mai a contrastare davvero la terribile piaga delle violenze di genere.