Forse hanno ucciso la moglie malata di Alzheimer per pietà. Oppure per disperazione. Oppure anche per quel senso di impotenza che si prova quando una persona cara non è più capace di badare a stessa, non ricorda più nulla del passato e soffre, e allora cos’altro resta da fare se non sperare che tutto finisca al più presto? E agire, ecco sì, agire e mettere fine a quella sofferenza terribile? Anche se poi il senso esatto di quella sofferenza non lo conosce nessuno; anzi, c’è chi con le persone affette da malattie neurodegenerative ci lavora da anni e sa che, anche quando i centri della memoria sono del tutto distrutti, restano pur sempre i “residui di sé”, restano l’affettività e l’amore, resta qualcosa che dall’esterno talvolta non si percepisce ma c’è, e probabilmente bisognerebbe fare lo sforzo di entrare in quel mondo sconosciuto invece di rimpiangere quello che non c’è più. Ma come si fa a continuare a riconoscere la persona che ci è accanto quando non è più la stessa persona di prima – quella donna (o quell’uomo) con cui si sono condivise gioie e dolori, progetti e rimpianti, speranze e delusioni – e i suoi occhi, a tratti vuoti, costringono a interrogarci anche su ciò che resta di noi? “Il problema non è se lei mi riconosce ancora oppure no”, mi disse alcuni anni fa un collega la cui moglie aveva avuto un Alzheimer precoce. “Il vero problema è se io continuo a riconoscerla ora che non è più la stessa di prima e che a tratti sembra aver perso tutte le caratteristiche che in genere attribuiamo a una persona”. Era devastato dal dolore e distrutto. Anche lui, come Giancarlo Vergelli o Vitangelo Brini, non ce la faceva più. E si interrogava sul significato che il termine “pietà” potesse avere nel caso suo e in quello di sua moglie. Nonostante percepisse anche lui quella familiarità nel suo sguardo, quel sentimento di vicinanza che riempie il sorriso delle persone malate di Alzheimer anche quando confondono il figlio col marito o il marito col padre fino a spaventarsi se lo sguardo cade su uno specchio e, vedendo la propria immagine riflessa, non riconoscono nemmeno più se stesse. E quindi? Si può anche solo osare dare un giudizio di valore sul gesto di un uomo di oltre ottant’anni che uccide la moglie malata di Alzheimer? Ovviamente no. Farlo significherebbe tradire quel velo di umanità che ci contraddistingue in quanto persone, e scegliere di stare dalla parte dei valori disincarnati invece che dalla parte della fragilità dell’esistenza. Deve essere stato anche questo a guidare il Presidente Mattarella quando ha deciso di concedere la grazia a Vergelli e Brini. Quell’umana pietas che ci porta a compatire anche quando non capiamo, a perdonare anche quando forse si sarebbe agito in maniera diversa. Anche perché la cultura dell’accompagnamento delle persone care confrontate al dramma dell’Alzheimer, nel nostro paese, non è ancora molto diffusa. E nonostante in alcune realtà esistano dei centri specializzati, spesso queste persone vengono lasciate sole. E quando si è soli, tante cose non le si capiscono, tante non le si sanno affrontare, tante sono troppo dolorose e pesanti da sostenere. Si guarda dall’esterno e si è convinti che, se ci si trovasse nella posizione in cui si trova la persona amata, si vorrebbe che tutto finisse al più presto. E allora si agisce per pietà, certo. Anche se forse è più una pietà nei propri confronti, che una pietà verso chi è affetto da demenza senile o Alzheimer. E se la verità fosse altrove, sempre diversa rispetto a quello che pensiamo, immaginiamo, tentiamo di raggiungere? E se la parte autentica di ognuno di noi emergesse proprio quando la si smette di controllare tutto e ci si concede il lusso di essere, semplicemente essere, stanchi, depressi, svogliati, capricciosi, noiosi, persino sbagliati e dementi, ecco sì, soprattutto questo: dementi.