Che cosa resta della democrazia di un partito quando si viene espulsi, come è accaduto ad alcuni parlamentari del M5S, per non aver votato la fiducia al Governo o essersi astenuti? La notizia dell’espulsione, così come la giustificazione della decisione da parte di Luigi Di Maio, mi hanno fatto ripensare alla mia esperienza alla Camera durante la scorsa legislatura, al dissenso che ho spesso manifestato nei confronti del mio gruppo parlamentare, e alla decisione, nel maggio del 2016, di uscire definitivamente dal PD. Mi sono tornate in mente le notti insonni – dilaniata tra la necessità di agire conformemente ai miei valori e il rispetto della disciplina di partito, il peso del giudizio altrui e quello della mia storia personale e professionale – ma anche la consapevolezza di aver condiviso il cammino con persone che, nonostante le divergenze di opinioni e di atteggiamenti, non hanno mai rimesso in discussione la libertà e l’autonomia di ogni singolo parlamentare, che sono poi l’essenza stessa della democrazia.
Era l’autunno del 2013, pochi mesi dopo essere arrivata in Parlamento, quando mi dissociai per la prima volta dal PD. La proposta di legge sull’omofobia era finalmente arrivata in Aula, ma il PD, alla ricerca disperata di un compromesso, aveva finito con l’accettare che il testo base fosse stravolto e annacquato. Fu il mio primo voto in dissenso rispetto al gruppo, seguito poi dall’astensione sul Jobs Act, dal voto contrario alla legge sulla modifica delle norme sull’affido, dall’astensione sull’Italicum e dalle battaglie per evitare che la stepchild adoption fosse eliminata dalla legge sulle unioni civili. Ero entrata in Parlamento da persona libera, volevo uscirne altrettanto libera, nonostante la consapevolezza della necessità, in politica, di mediare, cercare il compromesso, talvolta anche cedere. Quando nel maggio del 2016 decisi di lasciare il PD, di battaglie ne avevo fatte (e perse) molte. Ero convinta che il mio partito stesse perdendo di vista gli ideali di solidarietà, giustizia sociale e inclusione, tradendo così non solo le promesse fatte ai propri elettori, ma anche parte della propria identità di sinistra. Fui quindi io a decidere. Autonomamente. Liberamente. Nel corso degli anni passati tra i banchi della maggioranza, nessuno osò mai cacciarmi o anche solo evocare la possibilità di un’espulsione. Anzi. Mi era stato chiesto di accettare la candidatura per il PD per portare avanti in Parlamento le battaglie che da anni conducevo sui diritti civili e sulle libertà individuali, e quando annunciai la mia decisione di lasciare il gruppo furono in tanti a chiedermi di restare. Ero “autonoma” e “ribelle”. Qualcuno tirò anche un sospiro di sollievo quando me andai, convinto che ormai, in politica, non ci fosse più molto spazio per l’indipendenza di un intellettuale. Ma nessuno si permise mai di minacciarmi o di evocare il tradimento. Nonostante tutto, il PD resta un partito democratico che non ha mai preteso che i propri parlamentari fossero vincolati. Ricordo ancora oggi gli interventi di alcuni colleghi del M5S che chiedevano ai deputati de PD di ribellarsi alle indicazioni di voto. Cosa che io, ma anche altri, abbiamo talvolta fatto. A differenza di quanto accade loro oggi, visto che ormai un voto in dissenso implica, automaticamente, l’espulsione dal gruppo. Ma che cosa resta dell’etica deliberativa, essenziale alla democrazia, quando si invoca un “vincolo di mandato” che obbliga tutti a comportarsi come semplici burattini?