È giusto, e moralmente giustificato, legalizzare il suicidio assistito? Per il Comitato Nazionale di Bioetica, è giunto il momento di farlo. Nonostante il parere discorde di molti cattolici. Nonostante l’indifferenza del Parlamento. Nonostante la paura che la vita possa non essere più considerata come un valore da preservare. Un conto, d’altronde, è il suicidio assistito, ossia aiutare una persona a morire fornendole farmaci e assistenza, e quindi lasciarla partire senza sofferenze supplementari; altro conto è l’eutanasia, ossia provocarne deliberatamente la morte, e quindi far morire. Un conto è prendersi cura di un paziente rispettandone l’intrinseca dignità; altro conto è cancellarne l’autonomia e spazzarne via la libertà. Il Comitato Nazionale di Bioetica ha coraggiosamente deciso di esprimere il proprio parere, fornendo al Parlamento – cui la Corte Costituzionale, nell’ottobre del 2018, aveva chiesto di colmare il vuoto normativo sul fine vita – alcune linee guida per legiferare, e occuparsi finalmente di tutte quelle situazioni, come il caso di Marco Cappato, ancora prive in Italia di adeguata tutela. Come si può d’altronde lasciare sola una persona come Dj Fabo che a più riprese (prima di decidere di recarsi in Svizzera, accompagnato dal tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni) aveva chiesto di poter porre fine a quella vita che non aveva scelto, a quella “notte senza fine” che, dopo il terribile incidente di cui era stato vittima, lo teneva prigioniero? Come si fa a invocare la morale o la deontologia quando non si presta ascolto al grido di dolore di chi, allontanatosi ormai dalla vita, chiede di andarsene via senza soffrire? Che etica è mai quella che, in nome della sacralità della vita, viola quella dignità umana che ha sempre e comunque vocazione a esprimersi attraverso l’autonomia e l’autodeterminazione?
Il testo del Comitato Nazionale di Bioetica non è stato approvato all’unanimità. Né ha la pretesa di diventare testo di legge. Come ha ben spiegato il presidente Lorenzo D’Avack, il Comitato ha deciso solo di fornire al legislatore uno strumento capace di mettere in evidenza alcuni snodi e alcune criticità del fine vita. Ma rappresenta comunque un documento di alto profilo etico, anche semplicemente per lo sforzo fatto di chiarificare alcune tematiche morali (cos’è l’autodeterminazione? cos’è dignità? dove comincia e dove finisce il ruolo di un medico? che cure si possono somministrare a chi è in fin di vita e soffre e invoca un aiuto per porre fine al dolore?), e di mettere in risalto le mille sfumature della vulnerabilità umana. Cosa sarebbe d’altronde la dignità se non ci fosse poi anche la libertà di esercitarla, e quindi senza la possibilità, per ciascuno di noi, di autodeterminarsi e di decidere sempre e comunque, dall’inizio della propria esistenza fino alla fine, come vivere e come morire?
Il diritto alla vita e il diritto alla dignità della vita non sono in contrasto tra di loro; si bilanciano. Ecco perché ostinarsi a difendere il valore della vita anche quando l’esistenza sembra aver perso ogni dignità equivale a non prendersi più cura del prossimo. Esattamente come imporre la propria visione della vita – e trattenere una persona in questo mondo quando ormai, da questo mondo, questa persona se ne è già andata – significa cancellare la compassione. L’umana pietas ci chiede rispetto e umiltà: rispetto della soggettività altrui, anche se siamo convinti che, al posto di questa persona, agiremmo diversamente; umiltà nei confronti dell’estrema vulnerabilità dell’esistenza che ci costringe a fare i conti con l’impotenza e la frustrazione e i limiti del desiderio e le barriere dell’esistenza. Quando la vita non è altro che “una notte senza fine”, nessuno dovrebbe osare volerla imporre a qualcun altro.