Non se la sono sentita di tenersi tutto per sé e hanno denunciato il figlio. Insospettiti dal suo atteggiamento e dall’auto ammaccata, un uomo e una donna di Eraclea hanno deciso di percorrere a ritroso la strada percorsa dal figlio diciottenne alle sei del mattino e, arrivati di fronte a un’autombulanza e ai carabinieri, hanno raccontato l’accaduto: il figlio era tornato a casa nonostante avesse investito un ciclista, aveva detto loro di aver semplicemente forato, e se ne era andato a dormire come se nulla fosse. Perché hanno parlato? Che cosa è scattato nella loro testa? Come hanno potuto denunciare il figlio?
È stata forse una delle scelte più difficili della vita di questi due genitori, ma anche la più coraggiosa. E controcorrente. Visto che la tendenza sempre più diffusa oggi nel nostro paese è quella di schierarsi sempre e comunque dalla parte dei propri figli, anche quando gli errori, gli sbagli, i malfatti, e talvolta anche i crimini, sono sotto gli occhi di chiunque. Un padre e una madre non dovrebbero d’altronde difendere i propri figli sempre e comunque? Non è questo l’amore – questo essere sempre ciechi e sordi, nonostante le evidenze del contrario, tanto i panni sporchi si lavano in famiglia e non sono certo gli estranei che possono permettersi di ficcare il naso o di intervenire soprattutto quando ci possono andare di mezzo i propri pargoli?
L’atteggiamento di tanti genitori, oggi, è sempre lo stesso: non è colpa dei figli, non è nemmeno colpa loro. Se è successo qualcosa che non doveva accadere la colpa, se proprio di colpa si vuole parlare, è degli altri: della scuola che non sa educare, dello Stato che non sa proteggere, di chi non ha fatto attenzione o ha provocato, e via dicendo. Ma l’amore più grande non dovrebbe essere quello che permette a un ragazzo di capire il significato delle proprie azioni e di imparare che ogni atto ha determinate conseguenze di cui, anche quando non se ne ha voglia, ci si dovrebbe assumere la responsabilità? L’amore di un padre o di una madre non dovrebbe essere quello che insegna che la vita talvolta è complessa, che la realtà resiste al desiderio di onnipotenza, e che un essere umano non è colui che non cade mai, ma chi, dopo essere caduto, è in grado di rialzarsi?
Un tempo, i genitori insegnavano non solo l’esistenza delle regole, ma anche il loro rispetto. Quando venivano convocati a scuola dagli insegnanti, cercavano di capire quali fossero i problemi e, insieme a loro, cercavano di trovare una soluzione. Quando venivano commessi degli errori, provavano a spiegarne il senso ai propri figli talvolta punendoli, talaltra consolandoli. Non tutto era perfetto, certo. C’erano anche genitori troppo severi che non riuscivano né a perdonare né a insegnare che la vita può anche essere fatta di gioia e di leggerezza. Ma forse non c’era questa tendenza tutta contemporanea a illudersi che, proteggendo a oltranza i figli e tappandosi gli occhi di fronte alla realtà, si potessero evitare loro problemi e sofferenza. Il coraggio di questi due genitori di Eraclea non consiste tanto nell’essersi liberati la coscienza consegnando il figlio alle autorità, e lavandosene quindi le mani, ma nell’aver fatto prevalere il senso di giustizia sull’egoismo privato. Il loro è un esempio di civismo che sfida molti pregiudizi: amare un figlio significa anche trasmettergli valori e senso del dovere.