Le sanzioni non hanno più alcun valore educativo? È quanto sembrano suggerire i nostri parlamentari visto che ieri, in nome del patto educativo scuola-famiglia, la Camera ha deciso di abrogare alcuni articoli del Regio Decreto 1297 del 1928, che era ancora in vigore per le scuole elementari. D’ora in poi, niente più ammonizioni, niente più note sul registro con comunicazione ai genitori, niente più sospensioni. Per educare i bambini, spiegano in molti, basta d’altronde convincerli, prendendo in considerazioni le loro caratteristiche psicologiche, magari convocando i genitori e risolvendo i problemi insieme a loro. Inutile avere in testa un modello ormai anacronistico della scuola. Non siamo d’altronde tutti d’accordo col fatto che è solo coinvolgendo i più piccoli, e aiutandoli a capire i propri errori, che si può poi sperare che crescano consapevoli delle proprie potenzialità e diventino autonomi?
Vista così, la decisione presa oggi dalla Camera sembra ineccepibile. Subito prima che un dubbio sfiori la mente. Com’è possibile che, di fronte a tragedie come quella recente di Manduria, ci si preoccupi del fatto che alcuni adolescenti non siano più in grado di rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni – talvolta nemmeno della sofferenza che i propri gesti o i propri insulti possono provocare in chi questa violenza la subisce – e poi si consideri che le sanzioni siano da mettere al bando? Per combattere e contrastare la piaga del bullismo, non è necessario intervenire subito, non appena si manifestino i primi segni di crudeltà o di assenza di rispetto per i più fragili, sensibilizzando certamente, ma talvolta anche sanzionando?
Quando il filosofo francese Georges Bataille faceva l’elogio della trasgressione, spiegava anche che la trasgressione è possibile se (e solo se) esistono poi anche divieti da trasgredire. Altrimenti tutto si equivale, tutto è sullo stesso piano, e nessuno più riesce a capire cosa sia lecito o meno fare. Certo, è difficile pensare che un bambino di sei o sette anni possa già essere un “bullo”. Ma le strategie di assenza di rispetto e le pratiche crudeli esistono già quando si è piccoli. Anzi, è proprio allora che ci deve essere qualcuno capace di aiutarci a costruire quelle che Freud chiamava le “dighe psichiche”, ossia la compassione, il pudore e il disgusto, dighe che non sono mai innate, e che si acquisiscono, talvolta, anche grazie a qualche ammonimento e a qualche punizione.
Che ci debba essere un patto educativo tra genitori e insegnanti è non solo auspicabile, ma anche necessario. Meno evidente, però, sembra il fatto che all’interno di questo patto non debba più figurare alcuna sanzione. Come fanno i ragazzi, crescendo, a capire anche solo il significato del termine “sanzione”, se le ammonizioni, le note e le sospensioni vengono del tutto bandite dall’educazione? Come si fa a punirli severamente dopo che hanno commesso l’irreparabile, se a scuola non li si è mai potuti minimamente sanzionare?
Attenzione, non sto dicendo che si debba fare l’elogio di una scuola in cui i bambini non abbiano la possibilità di esprimere la propria specificità o in cui, come accadeva nel passato, i maestri e le maestre possano abusare del proprio ruolo. Al contrario. Si cresce in modo armonioso solo quando si è riconosciuti e accettati per quello che si è. Ma un conto sono le punizioni sterili o il rigorismo, altro conto è la possibilità data agli insegnanti di ammonire e sanzionare gli alunni che non rispettino determinate regole, semplicemente per indicare loro l’esistenza di limiti, e far capire che tra il “permesso” e il “vietato” esiste una barriera. Anche perché poi, crescendo, è la realtà che spesso diventa “barriera”, ed essere adulti e autonomi significa convivere con i limiti che il reale impone all’onnipotenza della volontà. Soprattutto se i genitori, coinvolti nel patto educativo, riconoscono e rispettano, a loro volta, il ruolo svolto dagli insegnanti anche quando (e se) sanzionano i propri figli.