Cos’è la cattiveria? Prima di avere davanti agli occhi l’immagine di tutte quelle lettere e quei giochi accatastati in un magazzino, di quei regali che i genitori avrebbero voluto far recapitare ai figli, da loro allontanati dai servizi sociali, avrei avuto difficoltà a qualificarla o a darne un esempio concreto. Anche semplicemente perché, dietro la cattiveria, si cela spesso la rabbia oppure la sofferenza oppure la vendetta oppure la follia. Se l’inchiesta Angeli e Demoni – che ha portato a misure cautelari per 18 persone accusate di abuso d’ufficio, depistaggio, violenza su minori, lesioni gravissime e peculato – dovesse sfociare su una condanna, saremmo però effettivamente di fronte alla definizione stessa della cattiveria. Una cattiveria senza giustificazione. Visto che, da quanto emerge dall’inchiesta, educatori, operatori socio-sanitari, terapeuti, dirigenti comunali e responsabili politici dell’Unione dei Comuni della Val d’Enza e di una Onlus torinese avrebbero allontanato decine e decine di bambini dalle proprie famiglie naturali – manipolandoli con lavaggi del cervello e seviziandoli con impulsi elettrici per alterarne la memoria – e li avrebbero poi dati in affido retribuito presso amici e conoscenti, alcuni dei quali titolari di sexy shop o con problematiche psichiche. Siamo ancora una volta di fronte a un caso di abuso di potere come quello raccontato dall’inchiesta “Veleno” di Pablo Trincia, e che una ventina di anni fa aveva coinvolto, in provincia di Modena, 16 bambini allontanati per sempre dalle proprie famiglie accusate di far parte di una setta di satanisti pedofili? Come si può tradire così la fiducia di tanti bambini e tanti genitori?
L’affido familiare è una misura-faro per la protezione dei minori, è un istituto giuridico che sarebbe estremamente pericoloso rimettere in discussione nonostante l’emozione e la collera che quest’inchiesta sta giustamente suscitando. È una disposizione estrema – perché è sempre delicato e traumatico, per un bambino, essere allontanato dalla propria famiglia d’origine, sopravvivere allo strappo, e ricostruire nuove relazioni affettive con le famiglie affidatarie. Ma, in alcuni casi, è anche una scelta obbligata per preservare il benessere dei bambini. Ci si ricorre quando l’ambiente familiare non è idoneo; quando i genitori non possono occuparsi adeguatamente dei propri figli; quando i bambini sono in pericolo, oppure sono stati segnalati ai servizi sociali episodi di violenza o di abuso. Si strappa un bimbo dalla famiglia naturale solo per permettergli di crescere in una famiglia che sia in grado di accoglierlo, accudirlo, accompagnarlo, accettarlo, sostenerlo, e amarlo meglio di quanto possa accadere nella propria. È in nome del “supremo interesse dei minori” che lo si fa. Pur consapevoli della sofferenza che sempre suscita la separazione dai propri genitori, visto che anche il peggior padre (o la peggiore madre), per un figlio, è pur sempre colui (o colei) che si ama più di chiunque altro, cui si perdona sempre tutto, anche quando si è confrontati all’imperdonabile.
Ecco perché, se i fatti emersi nel corso dell’indagine dovessero essere verificati, e se ci si trovasse davvero di fronte a un business di minori, invece che di fronte alla salvaguardia del loro benessere, saremmo confrontati a una delle peggiori forme di cattiveria: la strumentalizzazione della sofferenza, la distruzione della fiducia, il tradimento. Il tradimento nasce, d’altronde, sempre all’interno di relazioni di fiducia – se non ci si fida di una persona, questa persona potrà al limite deluderci, ma non potrà tradirci. È la fiducia che ci porta a credere nelle istituzioni, a credere negli assistenti sociali, a credere nei terapeuti. Senza fiducia, il mondo si paralizza. Quando la fiducia viene tradita, però, ci vogliono anni prima che si ricominci a fidarsi di qualcuno. Soprattutto quando si è bambini, e gli adulti che dovrebbero difenderci utilizzano l’affido non come strumento di salvezza, ma come un illecito (e orrido) business, che, tradendoci, distrugge la possibilità stessa di credere nel futuro.