C’è chi dice che lo scandalo Weistein abbia finalmente permesso a tante donne di denunciare le molestie subite e, conseguentemente, alla parola femminile di liberarsi senza più remore, senza più sensi di colpa, senza più vergogna. Ma c’è anche chi dice che, ormai, non sarà più possibile evitare che si scateni una vera e propria guerra dei sessi: niente più seduzione, niente più corteggiamenti, niente più possibilità di lasciarsi andare all’inevitabile gioco dei ruoli che, nonostante le ambivalenze e le contraddizioni, permette di fatto di entrare in relazione con l’alterità altrui. Nel giro di alcuni giorni i dibattiti, soprattutto in Italia, si sono polarizzati (e sclerotizzati) tra coloro che, talvolta mischiando tutto, hanno preteso che non ci fosse alcuna differenza tra stupro, molestie sessuali e seduzione, e coloro che, mischiando anche loro tutto, hanno rinfacciato alle donne di aver parlato troppo tardi, di non aver avuto il coraggio di farlo al momento giusto, di strumentalizzare la situazione per rincorrere la celebrità. E se in Italia, ancora una volta, si stesse perdendo l’occasione per fare un po’ di chiarezza? E se, invece di interrogarsi su ciò che rivela veramente questo scandalo, ci si stesse limitando a cavalcare l’onda delle emozioni senza capire che il vero problema che sta emergendo è quello dell’abuso di potere che inquina, da ormai troppo tempo, le relazioni umane?
Sono passati quasi tre secoli da quando Montesquieu, in L’esprit des lois, spiegava che, siccome chiunque detiene il potere è portato ad abusarne, occorre che “per la disposizione delle cose il potere freni il potere”. Senza limiti, cioè, ognuno avrebbe tendenza ad abusare del potere che esercita o possiede, sia esso politico, economico, sociale o simbolico. Eppure c’è chi dimentica la lezione del grande filosofo francese e continua ad immaginare che le relazioni umane siano perfettamente simmetriche, che la parola di ognuno abbia la stessa rilevanza e lo stesso peso, che chiunque possa sempre e comunque avere la possibilità di dire “no” o “si” liberamente. Che “potere contrattuale” può però avere una giovane donna (ma anche un giovane uomo) di fronte al capufficio, al professore, all’agente, al direttore, al ministro e via di seguito quando costui (o costei), approfittando del proprio ruolo o della propria posizione, chiede o pretende servizi, prestazioni, gesti o parole? Perché passare sotto silenzio le minacce esplicite o implicite di fronte alle quali ci si può trovare quando si è in una situazione di dipendenza o di fragilità indipendentemente dal fatto che si parli del mondo dello spettacolo o di quello universitario, dell’universo politico o di quello aziendale?
Chi detiene il potere, scriveva Montesquieu, è portato ad abusarne se non incontra dei limiti. E il limite, quando si ha voglia di sedurre qualcuno, non può che essere il rispetto: rispetto di chi ci è di fronte e della sua alterità; rispetto del suo desiderio, ma anche della sua paura o della sua vergogna; rispetto dell’altro e della sua posizione necessariamente subalterna. Non si stratta di smetterla di cercare di sedurre, sterilizzando il desiderio e separando gli uomini dalle donne, gli eterosessuali dagli omosessuali, i giovani dai vecchi. Ma di tornare a dare un senso al rispetto di chi ci sta di fronte quando il posto da lei/lui occupato è per definizione subordinato.
Certo, il limite tra la molestia e la seduzione è la presenza del consenso. Chi acconsente può poi difficilmente giustificare una denuncia o pretendere che la propria parola sia presa sul serio da tutti. Ma cosa vuol dire esattamente “consentire”? Consente chi non ha la forza o il coraggio di dire esplicitamente “no”, perché ha paura, si vergogna, non ce la fa, non ha gli strumenti adeguati, si sente letteralmente “inadeguato” e immagina che il proprio valore dipenda sempre e solo dal giudizio che gli altri portano su di sé, soprattutto se occupano un ruolo o una funzione superiore? Se nessuno ci ha permesso di acquisire pian piano la consapevolezza del nostro valore, è quasi impossibile anche solo immaginare di poter dire di “no” a chi, occupando una posizione di potere, ci fa capire che è solo quella la strada che si apre a noi per immaginare di “valere”. Come quella studentessa che, chiedendomi recentemente un appuntamento, mi racconta delle avances del collega, dicendomi che è senz’altro colpa sua, che c’è qualcosa in lei che non va bene, che vorrebbe non andarci più in quello studio, ma come faccio professoressa? e se poi quest’esame non riesco a passarlo?
Lo ripeto, non si tratta di cancellare la seduzione. Al contrario. Si tratta di riconoscere la bellezza della sfida che comporta ogni seduzione quando si cerca una risposta al proprio desiderio. Ma questo è possibile solo in caso di simmetria nelle relazioni. In caso di asimmetria, c’è solo abuso di potere. Con tutta la tristezza che l’abuso porta con sé, oltre che la sofferenza di chi è stato abusato.