Che cosa può mai spingere un uomo a stuprare sua figlia? E una madre a non difenderla? E una ragazzina a non parlare immediatamente dell’accaduto? Sono ancora tanti i lati oscuri della terribile vicenda di Cassino, nonostante i pezzi del puzzle a disposizione comincino già ad essere numerosi: c’è un uomo accusato di incesto che, non reggendo allo scandalo, ha messo fine ai suoi giorni impiccandosi; c’è una quattordicenne che, prima di raccontare tutto in un tema a scuola, ha taciuto per non turbare la quiete domestica; c’è una madre che, qualche sospetto, sembrava averlo avuto, visto che, come ha lei stessa ammesso, avrebbe chiesto alle figlie di evitare di ritrovarsi da sole in casa con il padre – nonostante adesso dichiari di essere solo “tanto arrabbiata” e che “non si sapeva ancora se era vero”.
Ormai ne siamo tutti consapevoli: non serve a nulla scagliare pietre quando ancora non si sa che cosa sia realmente accaduto. Non per questo, però, ci si può esimere dal commentare una vicenda così drammatica, a meno di non diventare complici di tutti quei genitori che, invece di aiutare e di proteggere i propri figli, li distruggono o li abbandonano alla loro sorte. Perché poi è questo il senso profondo di tutta questa storia, indipendentemente dalle responsabilità che solo la magistratura potrà col tempo stabilire: esistono famiglie in cui i padri molestano le figlie (o i figli) e in cui le madri, invece di essere dalla parte delle proprie bambine (o dei propri bambini), preferiscono, per paura o per mancanza di fiducia in loro stesse, lasciar correre. C’è l’amore per il proprio uomo che talvolta le rende cieche. C’è il “cosa diranno di noi”. C’è la vergogna di non essere state capaci di evitare la tragedia. C’è la speranza che la “normalità” possa presto tornare e che incidenti di questo tipo non si riproducano più. C’è il rispetto per i momenti di fragilità e di confusione che possono attraversare la mente del proprio marito o del proprio compagno. Ma quale fragilità può mai giustificare un incesto, la cui proibizione rappresenta forse l’unica costante universale che segna il passaggio dallo stato di natura alla società umana? Quale “normalità” può mai tornare per chi, ancora troppo piccolo per difendersi da solo, subisce la violazione della propria intimità e della propria integrità?
C’è chi pensa che tacere sia l’unico modo per proteggere i propri figli, ma è falso. Niente è peggio del lasciar correre, non solo per le vittime, ma anche per i colpevoli, che non smettono, e non smetteranno mai, se nessuno li aiuta a capire la gravità del proprio gesto, e se nessuno interviene per allontanarli dalla famiglia ed evitare così che l’irreparabile continui ad essere commesso. Talvolta le donne si illudono, accade anche a chi subisce le violenze del proprio partner o marito: cambierà, smetterà, non lo farà più, ci si ripete pensando di essere in parte responsabili di quello che accade, e che se la violenza arriva, forse lo si è meritato, non si è state all’altezza della situazione, basterebbe impegnarsi di più e fare qualche sforzo perché finisca tutto. Anche in questo caso, però, si tratta di un grave errore. Un uomo violento non smetterà mai di esserlo se non comincia, con l’aiuto di qualcuno, a lavorare su di sé, sulla collera che non riesca a controllare, sulla frustrazione o sul disagio che prova ogniqualvolta è confrontato all’alterità della donna che gli vive accanto. Ma al limite, nelle storie di violenza domestica, si tratta per lo più di vicende che coinvolgono solo persone adulte. A differenza dei casi di incesto, dove le persone direttamente implicate sono minorenni, ragazzine o ragazzini che si fidano dei propri genitori, che si abbandonano a loro, e che in pochi istanti vedono il mondo sbriciolarsi.
Non sappiamo ancora molto della vicenda di Cassino. Fatto sta che una quattordicenne, in un tema dalla traccia: “Scrivi una lettera a tua madre confessandole ciò che non hai il coraggio di dirle”, ha chiesto aiuto. E che sono dovuti intervenire gli insegnanti e il preside a soccorrerla, prendendo sul serio le sue parole. Ascoltare, accompagnare, accudire, proteggere. Si tratta di compiti che, prima di tutto, spettano ai genitori. È questa l’unica lezione che, al momento, si può trarre da questo dramma. Perché poi è inutile chiedersi come mai tanti giovani non sembrano più avere punti di riferimento, se manca la capacità, da parte dei genitori, di esserci – esserci veramente – e di orientare nel mondo chi, ancora prima di imparare a dire “io”, ha dovuto imparare a tacere, e a ingoiare la paura e la vergogna.