Beatrice aveva 15 anni, e tutta la vita davanti. Ma quei chili di troppo dovevano pesarle troppo, impedendole forse di rendersi conto che il proprio valore non aveva nulla a che vedere né con i chili né con i selfie né con tutto quello che i compagni di classe potevano o meno dire o pensare. Il valore di ognuno di noi è indipendente dall’apparire o dal fare; il valore di ciascuno c’è, c’è sempre: è inerente al fatto stesso di essere una “persona” (e non una semplice “cosa”) e di possedere quindi un’intrinseca dignità. Ma se nessuno ce lo insegna, ce lo fa capire, ce lo comunica o ce lo trasmette, come facciamo a saperlo? Semplice (e drammatico al tempo stesso): non lo si sa, oppure ce lo si dimentica, oppure non lo si dimentica ma non ci si crede, e allora si passa l’esistenza intera a fare di tutto per “meritare” la considerazione e il rispetto altrui, immaginando che il proprio valore non sia qualcosa di acquisito, ma sempre sfuggente, impalpabile, irraggiungibile.
Il nodo centrale della sofferenza esistenziale di tanti ragazzi e tante ragazze di oggi è proprio questo: l’assenza della consapevolezza del proprio valore intrinseco, nonostante questo valore appartenga, appunto, a ognuno di noi. E allora basta un nulla per rimettere tutto in discussione e sbriciolarsi di fronte alle difficoltà. Basta un commento o una frase maldestra per farci dubitare di essere adeguati. Basta un chilo di troppo o di meno per farci sentire “sbagliati”. Quando si parla della fiducia in se stessi – che è poi la base stessa della fiducia negli altri, nel futuro e nella vita, visto che è solamente quando si crede in sé che si può anche credere negli altri e proiettarsi nell’avvenire – in fondo non si parla d’altro che della certezza di valere: valere sempre e comunque, anche quando non si è all’altezza delle aspettative altrui, anche quando ci si scopre meno intelligenti, meno belli, meno sensibili o meno spiritosi di quanto non si fosse fino ad allora immaginato. Tanto nessuno di noi è esattamente come gli altri vorrebbero che noi fossimo; nessuno di noi è esattamente come noi stessi vorremmo essere. Arriva sempre un momento in cui ci si scopre diversi, “altro”, semplicemente “meno”.
Certo, vivere in un mondo fatto di immagini e relazioni virtuali in cui chiunque si sente sempre in dovere di dire la sua o di criticare, sottolineando ogni minima mancanza o imperfezione rispetto a ideali spesso disincarnati, non aiuta affatto: ci si compare, ci si svaluta, ci sente incapaci o inadeguati molto più facilmente di prima. Certo, crescere con il terrore costante di non essere all’altezza dei propri sogni o delle aspettative degli adulti, che fanno fatica a “riconoscere” i più piccoli per quello che sono, amandoli indipendentemente dai risultati che ottengono o dagli sforzi che fanno, dà difficilmente acceso alla consapevolezza del proprio valore. Ma il problema è tutto qui. Fino a quando non si capirà che la fiducia in sé è il frutto del riconoscimento che si riceve quando si è bambini – e quindi dell’amore, del diritto e del lavoro, come spiega bene il filosofo tedesco Axel Honneth che ha fatto del riconoscimento il concetto cardine del vivere-insieme – e che senza fiducia in se stessi nessuno può essere in grado di “tenersi su da solo”, e quindi accettarsi per ciò che è, e quindi anche tollerarsi nonostante le proprie fratture e le proprie fragilità, non si riuscirà nemmeno ad aiutare i più giovani a percepire il proprio valore e pensare, dirsi e ripetersi, come nel caso di Beatrice: sono grassa, e allora?