“Non ce la faccio più”. È così che Marisa Charrère ha scritto in una lettera indirizzata al marito poco prima di iniettare ai suoi due bambini una dose letale di potassio, sistemare i corpi dei piccoli sul divano-letto del soggiorno, e uccidersi anche lei. Una tragedia silenziosa, inimmaginabile, inspiegabile. Visto che dall’esterno, per quest’infermiera di Aymavilles di 48 anni, tutto sembrava andava bene: nessun litigio apparente col marito, nessun problema economico, nessuna inimicizia in paese, nessuna avvisaglia di malessere. Certo, Marisa, in gioventù, aveva sofferto molto per la morte precoce del padre e del fratello, entrambi vittime di incidenti stradali. Ma erano dolori antichi, no? Perché non ce la faceva più? Di cosa poteva mai soffrire questa donna che tutti descrivono come gentile, serena e affabile con chiunque?
“Il dolore è ancor più dolore se tace” recita un verso di una poesia di Pascoli, forse una delle più belle, in cui il poeta cerca di spiegare non solo come a forza di essere taciuto il dolore si trasformi in una prigione, ma anche come l’unico modo per cercare di attraversarlo sia, appunto, provare a nominarlo. Trovare le parole per dirlo, quindi. E individuare la maniera giusta per comunicarlo anche agli altri. Nonostante sia proprio di fronte ai dolori più grandi che le parole vengano meno e che, in una società che fa delle “urla”, delle “grida” e delle “lamentele” una modalità esistenziale, il silenzio appaia come l’unico strumento a nostra disposizione per preservarci dalla “spettacolarizzazione della sofferenza”. Come si fa d’altronde a spiegare che, nonostante tutto sembri andare per il meglio, c’è una sofferenza che ci abita, un vuoto che ci inghiotte, una fatica estrema anche solo per alzarsi la mattina e fare una dopo l’altra tutte le cose che ci si aspetta da noi? Come si fa a trovare le parole giuste per condividere la sensazione di non farcela più, la voglia di mollare tutto, la disperazione di fronte a un futuro che sembra non dare alcuna alternativa? Certe cose, dall’esterno, non si riescono né a vedere né a capire. Certe cose, dall’esterno, sembrano brillare anche laddove sono circondate dalle tenebre.
Lungi da me cercare una spiegazione o una giustificazione per il terribile gesto commesso da Marisa. Ammazzare i propri figli e ammazzarsi resta un gesto disperato e irreparabile, e le uniche domande che sembrerebbe legittimo porsi riguardano il perché questa donna non abbia mai né chiesto aiuto né parlato con nessuno di quello che stava vivendo e delle ombre che forse velavano il rapporto col marito. Subito prima di chiedersi anche cosa sapessero realmente di Marisa tutti coloro che oggi affermano che non c’era assolutamente alcuna avvisaglia e che tutto, nella sua famiglia, sembrava andare bene. Perché poi, in fondo, è questo il vero dramma della nostra società: l’apparenza. Le cose appaiono in un certo modo, e non si fa mai lo sforzo di andare al di là dell’apparire per vedere e ascoltare e capire ciò che forse non appare ma che c’è, e che distrugge dall’interno la vita di tante persone.